Paola Boni: Black Angel - Capitolo 2

P. Boni Black angel 7 Black Angel
(Capitolo Due del romanzo)

Capitolo 2

Che ero diversa dalla maggior parte delle ragazze della mia età, questo lo avevo sempre saputo: quando mi trovavo in mezzo alla gente, venivo assalita da una forte sensazione di disagio mista a noia che mi portava immancabilmente a evitare i posti affollati o cose come serate in discoteca, feste e robe simili…non ero un’asociale, è solo che non amavo certe assurde frivolezze.
Nonostante tutto però, mi rendevo conto che per quanto mi sforzassi di negare l’evidenza io ero una persona sola: le poche amiche che consideravo degne di tale nome si contavano sulle dita di una mano e sebbene cercassi di essere totalmente sincera con loro finivo sempre col creare come una barriera attorno al mio cuore che mi permetteva di tenere nascosto ciò che non volevo fosse rivelato di me.
Le mie capacità avevano cominciato a manifestarsi ormai da un bel po’ di tempo e anche se non riuscivo ancora a comprenderle a pieno, sapevo che sarebbero dovute rimanere nascoste.
Troppe volte ero stata giudicata e umiliata o avevo sentito parole di scherno per il semplice fatto che non ero o non mi comportavo come gli altri.
Forse sarebbe stato più facile per me adattarmi e comportarmi come una qualsiasi, banale diciottenne ma… bé…detesto le persone che decidono di cambiare se stesse solo perché non piacciono a un gruppo di idioti… anche se non posso negare che c’erano e ci sono ancora oggi, delle volte in cui avrei desiderato tantissimo essere come quelle sciocche ragazzine che non pensano ad altro che ai ragazzi e ai vestiti alla moda e liberarmi finalmente da tutte quelle domande che non facevano che tormentarmi ogni giorno.
Purtroppo le risposte che tanto desideravo ricevere, non mi sarebbero piaciute affatto.
La sera in cui iniziai questa vita pericolosa, era la prima settimana di settembre, pochi giorni prima dell’inizio del mio ultimo anno di liceo.
Devo ammettere che con tutto quello che mi accadde in quel breve periodo, ritornare a scuola mi sembrò in seguito la cosa più bella del mondo… assolutamente normale, quasi banale… Dio quanto mi mancano queste cose!
Quel pomeriggio, stavo facendo una passeggiata con Francesca, una delle poche amiche con cui riuscivo in qualche modo a sentirmi a mio agio e con la quale potevo almeno instaurare una conversazione che non riguardasse solo abiti alla moda e musica da discoteca.
Era una ragazza gentile, sensibile, dotata di un’intelligenza acuta e decisamente fuori dal comune, con lisci capelli scuri, il viso ovale, dolce e dallo sguardo vivo.
È una persona per la quale nutro non solo un affetto sincero ma anche un profondo rispetto.
Ora che ci penso, forse andavamo così d’accordo perché inconsciamente sentivo che era dotata delle mie stesse capacità, sebbene lei ancora oggi non ne sia pienamente cosciente.
Preferisco evitare di parlare troppo di lei perché se uno di loro dovesse scoprire delle sue doti si troverebbe in serio pericolo.
Io ormai sono abituata a tenere a bada tutti quelli che tentano di farmi fuori ma Francesca non è affatto in grado di difendersi e c’è solo una regola che è bene tenere a mente a questo mondo: se non sei in grado di proteggere te stesso devi accettare l’idea di poter morire in qualsiasi momento.
Non deve essere assolutamente coinvolta in questa mia realtà. La morte di una cara amica non è certo una cosa che voglio avere sulla coscienza.
Erano circa le sette e mezzo e con il cielo completamente coperto di nuvole nere, quella sera sembrava che il sole si fosse addormentato prima; le vie, illuminate dalle mille luci delle vetrine, erano affollate di gente che passeggiava, chi con un andatura rapida, chi fermandosi ogni tanto ad osservare i negozi o a chiacchierare del più o del meno.
Mi misi a camminare velocemente per Via Ottaviano, adattandomi al passo svelto di Francesca con facilità.
«Dai! Sbrighiamoci stanno per chiudere! Lo sai quanto mi piace quel negozio!» le dissi non riuscendo a contenere l’entusiasmo.
Mi fermai un attimo sentendola ridere «Non puoi proprio fare a meno di andarci ogni volta che vieni qua vero, Paola?»
Sorrisi, sentendomi una ragazzina che stava per entrare in un immenso negozio di giocattoli.
Ogni tanto mi piace comportarmi in maniera un po’ infantile. A prendere tutto troppo sul serio poi si finisce con l’ammattire no?
«Che ci posso fare? È più forte di me… »
«Va bene ma se inizia a piovere a dirotto e siamo ancora per strada…»
«E che saranno mai due gocce d’acqua! Su andiamo!» dissi senza riuscire a trattenere una risata.
Entrai nel negozio e fui subito avvolta dalla calda atmosfera del luogo: le luci leggermente soffuse, musica celtica in sottofondo e ovunque riproduzioni di armi e oggetti medievali, bellissimi quaderni dalle copertine in pelle, sigilli, penne e miniature di draghi, fate, folletti, elfi…
Quel posto mi aveva sempre ispirato profonda calma, serenità e… nostalgia.
Osservando dei gioielli celtici esposti un po’ alla rinfusa in una piccola bacheca, un brivido gelido mi corse lungo la schiena.
Con un’ansia che non riuscivo a interpretare, mi avvicinai a Francesca intenta ad ammirare delle scacchiere in una vetrina posta al centro della sala.
«Cos’hai Pol?»
«Niente è solo… un brivido di freddo…»
Si guardò attorno dopo avermi lanciato un’occhiata sospettosa. A parte noi e i due commessi ormai non c’era più nessuno nel negozio.
«Credo sia orario di chiusura… dobbiamo andare.»
Si allontanò dirigendosi verso l’uscita ed io feci per seguirla ma quando alzai gli occhi, lo vidi, per la prima volta, dalla parte opposta della vetrina.
Non saprei descrivere la sensazione che provai allora, vedendo il suo volto dai lineamenti perfetti, bianco e levigato quasi fosse di porcellana, coronato da lunghi capelli scuri lisci che gli cadevano morbidi sulle spalle né saprei spiegare l’emozione che s’impadronì di me quando incrociai i suoi occhi, neri come una notte senza stelle ma che allo stesso tempo parevano brillare e ardere di una fiamma intensa e cambiare colore alla luce delle lampade.
La sua bellezza devastante mi atterrì completamente.
Mi salutò con un sorriso accattivante, seducente, costringendomi a distogliere lo sguardo per la vergogna.
Lanciai un’occhiata imbarazzata a Francesca che m’incitava ad andare facendomi piccoli cenni col capo ma quando mi voltai per affrontare di nuovo quegli occhi ammaliatori, lui non c’era più.
Era scomparso.
Per un attimo non fui molto sicura della mia completa sanità mentale però, dopo aver riacquistato nuovamente il controllo delle mie emozioni, mi autoconvinsi che fosse entrato in una delle due salette più piccole del negozio, adiacenti a quella principale.
Catalogai subito quel fatto come una delle tante cose un po’ “particolari” che ogni tanto mi succedevano e, fidatevi, me n’erano capitate di cose strane prima di allora.
Pensando ancora al volto di quel ragazzo bellissimo, andai con Francesca alla fermata dell’autobus, dove prendemmo il 32 fino a Corso Francia.
Lì mi separai dalla mia amica per prendere l’autobus 201, come al solito sovraffollato, per ritornare a casa.
Rimasi così tanto tempo in piedi sull’autobus bloccato nel traffico che una volta scesa dal mezzo le gambe mi facevano un male tremendo.
Nonostante questo però, iniziai a camminare a passo svelto per raggiungere casa il prima possibile.
La strada era buia e decisamente poco trafficata ma più mi avvicinavo alla via in cui vivevo più aumentava la mia speranza di non fare brutti incontri.
Naturalmente, però, la fortuna quella sera aveva deciso di trasferirsi altrove perchè due uomini dall’aria trasandata mi si avvicinarono facendo dei commenti a dir poco fastidiosi.
Erano vestiti entrambi con una specie di tuta da muratori ed emanavano un fetore di alcool misto a sudore che mi diede il voltastomaco.
Affrettai il passo ma loro continuarono a seguirmi ridendo e proseguendo con i loro commenti volgari.
Pensai di averli distanziati ma in un attimo me li ritrovai addosso.
Imprecai quando uno dei due mi afferrò bruscamente per un braccio strattonandomi e mandandomi sbattere violentemente contro un muro.
Ok devo ammetterlo, ero spaventata.
In fin dei conti fino a quel momento avevo al massimo fatto a botte con qualche compagno di classe che mi aveva fatto incazzare in maniera eccessiva, ma non mi ero mai trovata in situazioni del genere!
Se solo avessero provato a importunarmi un paio di giorni dopo avrei fatto sparire quei sorriseti strafottenti dalle facce di quegli imbecilli a suon di calci in culo.
In quel momento però, la sola cosa che fui in grado di fare fu gridare e chiedere aiuto.
Lo so era patetico ma fu efficace in una maniera che non mi sarei mai aspettata. D’un tratto vidi uno dei due uomini sollevarsi da terra e venire letteralmente lanciato contro il muro dove poco prima mi avevano spinto.
Un’ombra nera si chinò su di lui per poi avventarsi sull’altro, scaraventandolo accanto al compagno svenuto.
Assistetti alla scena completamente paralizzata con una sensazione di nausea e vertigine quasi che il tempo avesse per un attimo avuto una brusca accelerazione.
Mi avvicinai lentamente ai miei aggressori che parevano dormire, seduti ad un lato del marciapiede con la schiena poggiata contro il muro.
Solo allora notai i segni di morsi, dai quali colava un rivolo di sangue, che i due avevano sul collo.
«O merda….»
Indietreggiai, deglutendo a fatica, sentendo alle mie spalle qualcuno che mi fissava.
Voltatami di scatto, mi ritrovai faccia a faccia con l’uomo apparsomi poco prima.
Guardai i due a terra poi tornai a fissarlo – Chi…chi sei?
«Dopo tanto tempo ci incontriamo… un anno non mi è mai parso così lungo in tutta la mia esistenza…»
La sua voce profonda era così calda e sensuale da sembrare un entità tangibile che aleggiava nell’aria.
Aprii la bocca e ripetei, cercando di controllare il fremito che il suono di quella voce era riuscito a provocarmi «Chi sei?»
«Il mio nome è Lucas…»
Fece un piccolo passo verso di me ed io indietreggiai istintivamente, non riuscendo a nascondere quanto fossi spaventata - Sei stato tu a fare questo?
«Non temere. Domani mattina si sveglieranno e avranno dimenticato tutto ciò che è accaduto.»
«Tu sei…»
Lui si mise a girarmi intorno, con andatura lenta, aggraziata e lo sguardo di una belva che stava giocando con la sua preda.
«Avanti dillo… di cosa hai paura…? »
«Tu sei… - la voce cominciò a tremarmi un po’ per l’emozione un po’ per paura.»
«Io sono un vampiro.»
Se qualcuno si presentasse davanti a voi affermando di essere un vampiro nel vero senso della parola, voi gli credereste immediatamente o lo prendereste per matto? Bé io non dubitai per un istante.
P. Boni Black angel 3 Feci un respiro profondo cercando di riprendere il controllo di me stessa.
«Ti hanno ferita… - disse continuando a guardarmi con quegli occhi imperscrutabili.»
Mi toccai l’orecchio e vidi le dita sporche di sangue. Sbattendomi contro il muro quel porco mi aveva ferita al lobo destro, facendomi uscire del sangue che ora stava colando fin sul collo.
Per via della tensione solo allora cominciai a sentire il dolore.
Sorridendo sensualmente allungò la mano per togliermi l’orecchino e si avvicinò, leccando il sangue che non accennava a smettere di uscire, toccandomi appena con la punta della lingua.
Sentii il suo respiro caldo, le sue labbra morbide sulla pelle e lo trovai terribilmente eccitante.
«Sei una mortale interessante» mi sussurrò mantenendo la bocca vicina al mio orecchio – mi piacerebbe molto rivederti…
Esitai per un attimo poi però lo scacciai «Scordatelo!»
Feci per allontanarmi a passo svelto, girandogli le spalle senza preoccuparmi di quello che lui avrebbe potuto fare ma a dispetto di ogni mia previsione, si mise semplicemente a ridere «Sì ci rivedremo… anche perché scommetto che vorresti ti dicessi di più su quelli come me… e forse chissà… potrei dirti qualcosa d’interessante anche su di te…
Stava giocando con me, mi stava mettendo alla prova forse per comprendere fin dove potesse spingersi il mio coraggio.
Quando mi voltai per fronteggiarlo potei percepire solo la sua voce nell’aria che mi arrivava come un’eco lontana - Il tuo sangue è davvero ottimo… chissà magari potrei…
«Vaffanculo! » urlai cercando in tutti i modi di non scoppiare in un attacco isterico.
Dopo un attimo di incertezza, mi misi a camminare velocemente verso casa sussultando ad ogni più piccolo rumore o mentre passavo accanto ad ogni angolo buio.
Cercai di calmarmi facendo respiri lenti e regolari ma una volta arrivata davanti al portone ero così tesa che a stento riuscii ad infilare la chiave nella serratura.
Feci un altro profondo respiro per cacciare la tensione ed entrai in casa. Venni accolta da Rolly, il mio piccolo Yorkshire, che iniziò a saltellare sulle zampe posteriori, abbaiando.
Gli feci un paio di carezze e salutai velocemente mia madre che se ne stava in salotto, fumando seduta comodamente sul divano.
Accennai un piccolo sorriso, decisamente poco convincente e le diedi un bacio.
Dopo aver evitato con più o meno successo tutte le sue domande su come era andata la giornata e cos’avevo fatto, mi chiusi in camera mia, che allora era tutto il mio mondo con i poster di Guerre Stellari e del Signore degli Anelli, la scrivania, perennemente in disordine, i mobili bianchi, sempre gli stessi da quando ero piccola, gli scaffali e i ripiani pieni di libri, fumetti, modellini e di una miriade di soprammobili e oggettini accumulati nel corso degli anni.
Quello era il solo luogo in cui sentivo sempre di essere davvero al sicuro.
Mi sdraiai sul letto, provando a calmarmi e a ritrovare un po’ di lucidità: avevo così tanti pensieri affollati in testa che nessuno di essi sembrò avere una logica coerente.
D’un tratto la stanchezza cominciò a scivolarmi addosso come se una densa cortina di nebbia, calda e soffocante stesse lentamente avvolgendo ogni cosa, offuscandomi la vista e la mente.
Non feci in tempo ad appoggiare la testa sul cuscino che piombai in un sonno profondo quasi senza accorgermene.
Riaprii gli occhi immediatamente, guardandomi attorno perplessa. Ero in una stanza dall’alto soffitto affrescato con immagini d’angeli dai volti meravigliosi contratti in un’espressione di dolore. Le loro guance bianchissime erano bagnate da lacrime di sangue e avevano le grandi ali dalle piume nere completamente spiegate.
Ogni angelo si copriva il volto, accecato da una luce che si sprigionava da un albero d’oro dipinto esattamente al centro del soffitto.
Alla mia destra c’era un camino nel quale scoppiettava un inquieto fuoco e di fronte ad esso vi erano un piccolo tavolino in cristallo e un comodo divano.
La parete opposta, era invece interamente occupata da un’enorme libreria che catturò la mia attenzione per la vasta scelta di libri che conteneva, alcuni dei quali sembravano davvero molto antichi.
Un dipinto accanto alla piccola finestra che avevo di fronte, mi incuriosì più di tutto il resto dell’arredamento: raffigurava due imponenti eserciti, uno d’angeli, sovrastato da una figura con grandi ali simili a fiamme dorate e uno di demoni sui quali giganteggiava un essere dalle ali come fiamme nere.
Al centro delle due armate, c’era una donna, raffigurata di spalle, nuda fino alla cintola, con lunghi capelli scuri mossi dal vento e bianche ali piumate macchiate di sangue.
Provai una strana, nostalgica tristezza nel vedere quella figura così bella.
«Benvenuta.»
Mi voltai e vidi Lucas accanto al camino sorridermi leggermente, così bello e immobile da sembrare una statua messa lì per ornamento.
«Sto sognando non è vero?» dissi abbassando gli occhi per non dover incrociare i suoi occhi, così luminosi da risultare quasi insopportabili alla vista.
«Più o meno. Desideravo davvero poterti parlare ancora…»
«T’incuriosiscono così tanto gli esseri umani?» chiesi cercando di mantenere il tono della voce calmo il più possibile.
Si sedette sul divano quasi fosse un modello in posa per una fotografia «Dovresti essere fiera di te stessa: sei l’unica che sia mai riuscita a rendermi impaziente.» disse ridendo in uno scintillare di zanne «Accomodati pure….ci sono delle domande che vorresti rivolgermi no?»
Mi sedetti sul divano, spaventata dalla sua freddezza così attraente ed altezzosa ma allo stesso affascinata da essa.
Non saprei come descriverlo ma c’era in lui una bellezza che andava ben oltre il semplice aspetto fisico… lui non era solo incredibilmente sexy ma emanava sensualità e virilità ad ogni sguardo, ad ogni sussurro della sua voce… era… semplicemente perfetto.
Tentai di mettere ordine nel caos della mia mente per poter formulare delle domande che avessero almeno una minima logica «Ce ne sono altri come te?»
Ok, sono una frana con queste cose ma da qualche parte dovevo pur incominciare no?
Lui continuò a fissarmi piegando appena le labbra in un leggero sorriso.
«Sì, ce ne sono altri. Prima che tu mi faccia domande inutili sappi che non tutto quello che si dice in giro è vero: tutte quelle chiacchiere sulla nostra intolleranza all’aglio e sui paletti nel cuore sono solo delle assurdità… purtroppo però le croci, o meglio la fede che gli uomini ripongono in determinati simboli per loro sacri, possono danneggiarci, l’argento nel suo stato puro ha una componente chimica che rallenta il nostro processo di guarigione e il sangue… Il sangue è una necessità per la nostra sopravvivenza.»
Lo guardai disgustata dal tono eccitato con cui aveva pronunciato quelle ultime parole
«Voi uccidete gli esseri umani per…»
Scosse leggermente il capo, facendo ondeggiare i capelli come una setosa marea nera.
«La maggior parte dei vampiri ha imparato a cancellare la memoria delle loro prede per potersi nutrire di loro senza ucciderle. Molti omicidi in un secolo come questo attirerebbero troppo l’attenzione ed è una nostra precisa regola non far scoprire ai mortali della nostra esistenza.»
Un campanello di allarme iniziò a suonarmi nella testa – Ma con me tu hai disobbedito a questa regola….
Lui sorrise di nuovo, arrogante e affascinante, con uno sguardo che interpretai come di sfida
«Ho i miei motivi…»
Gli lanciai un’occhiataccia sorvolando però sul fatto che non aveva voluto rispondere alla mia domanda. In fondo dei “suoi motivi” non me ne fregava assolutamente nulla.
«Siete immortali?»
«Siamo eterni, il tempo e l’età per noi non hanno significato anche se sono rari i vampiri che riescono a sopravvivere oltre i trecento anni d’età. Vivere attraverso i secoli non è così facile come sembra…»
Chiusi un attimo gli occhi per assimilare tutto quello che lui mi aveva appena detto
«Non è possibile…»
«Tu sai che quello che ti ho detto è la verità.»
Fissai nuovamente i suoi profondi occhi neri e pur riuscendo con fatica a non distogliere lo sguardo, percepii in essi una forza incredibile.
Se solo avesse voluto avrebbe anche potuto uccidermi con quegli occhi che tanto mi attraevano.
Sì, era tutto vero e più accettavo questa realtà più si moltiplicavano le mie domande.
«Quanti ce ne sono come te?»
«Siamo in tanti. Intere comunità sparse in tutto il mondo ognuna delle quali è guidata da un potente Lord.»
«Comunità? Anche qui?»
«Certamente, credo sia dai tempi dell’antico impero che la tua bella Roma ospita una comunità di vampiri. Circa cento anni fa io ne divenni il Lord e da allora è diventata la mia Comunità e la città eterna, il mio territorio di caccia.»
Allora non sapevo che mi stava assecondando solo per potermi studiare. Sfruttava ogni domanda che gli rivolgevo ed ogni reazione che avevo alle risposte che così gentilmente concedeva, per soddisfare il suo perverso interesse nei miei confronti.
«Quando prima te ne sei andato… avevi detto che avresti potuto rivelarmi qualcosa anche su di me… che cosa intendevi dire?»
Lui chiuse per un attimo gli occhi e si passò una mano tra i capelli facendomi provare l’irrefrenabile desiderio di toccarli «Ora basta con le domande.»
«Mi stai prendendo in giro? Non ti ho fatto nemmeno la metà delle…»
Senza che lo vedessi muoversi, si avvicinò a me così tanto che avrebbe anche potuto baciarmi. «Se dovessi soddisfare ogni tua curiosità stanotte non avresti più alcun interesse nel rivedermi»
«Bé questo è un problema tuo.» dissi mentre un brivido caldo mi percorreva tutto il corpo nel sentirlo così vicino a me.
«Sei davvero fantastica!» disse alzandosi dal divano, con sul volto perfetto un sorriso carico di soddisfazione «Nonostante quello che sono, tu non mi temi e riesci ad accettare questa mia realtà come se già ti appartenesse…»
«Ehi! Non è mica così semplice per me! Certo tendo ad essere piuttosto diffidente con gli sconosciuti dai denti a punta che mi guardano come se fossi un succulento spuntino, ma non per questo accetto di farmi intimorire!» dissi senza accorgermi di stare praticamente urlando.
Scattai in piedi, andando dalla parte opposta della stanza rispetto a quella in cui lui si trovava.
«Senti non ho idea del perché tu non mi abbia ancora morsa o peggio, uccisa, ma penso che se avessi voluto lo avresti già fatto… quindi per favore dimmi cosa vuoi da me perché voglio mettere la parola fine a tutto questo e… e dimenticare il prima possibile.»
Quasi saltai per lo spavento quando lo sentii improvvisamente dietro di me, le mani che mi stringevano le spalle in una morsa d’acciaio.
«Nell’ultimo anno tu sei stato il tormento di ogni mia notte, mi hai stregato e ora non puoi certo scordarti di me facendo come se niente fosse… non ti permetterò di farlo.»
Nel preciso istante in cui avvertii la leggera pressione dei suoi denti sul collo mi svegliai, guardandomi attorno piena di paura.
Ero nuovamente nella mia camera, al sicuro.
Accesi velocemente la piccola lampada a muro e corsi a guardarmi nello specchio appeso sulla parete alla destra del letto. Sebbene non fossero profondi come quelli dei due uomini che mi avevano aggredita, sul collo avevo i segni leggeri di un morso.
Nonostante mi sentissi relativamente più tranquilla per il fatto che non si era nutrito del mio sangue provai una fortissima angoscia nel rendermi conto che lui sembrava conoscermi molto bene e già da parecchio tempo.
Mi morsi il labbro inferiore costretta, mio malgrado, ad accettare l’idea che la notte seguente, lo avrei nuovamente incontrato.

(…)

Black Angel è un romanzo ancora inedito.
Tutte le immagini sono Copyright by © DeviantArt.com o degli aventi diritto.


Torna al profilo di Paola Boni