Miriam Mastrovito: L’ultimo rap - Capitolo 1

M. Mastrovito   L  ultimo rap L’ultimo rap
(Capitolo Uno del romanzo)

(…)

Capitolo 1
Un vertice segretissimo

Emilio Volponi discostò la tenda di qualche centimetro con fare fulmineo e furtivo. Voleva sbirciare senza essere visto.
«Siamo nella merda» dichiarò grattandosi tra i radi capelli tinti di un bel castano dorato.
Di botto i suoi sessanta anni, fin lì ostentati con leggiadra disinvoltura, sembravano essersi abbattuti su di lui come una raffica di mitra.
Si mosse verso la scrivania con rapidi passi nervosi.
Aspirava e sbuffava. Sbuffava e aspirava, quasi aggredendo il sigaro puzzolente.
Ampie volute di fumo salivano verso il soffitto avvolgendo la stanza in una sinistra foschia.
Intanto le voci provenienti dall’esterno trapanavano i vetri blindati e per quanto attutite dall’impatto, risultavano udibili in modo inequivocabile e preoccupante.
«Basta!» urlava la folla inferocita. “Ne abbiamo abbastanza!”
«Ritirate le truppe.»
«Via il contingente dal Benegal.»
«Stop alla guerra.»
Di tanto in tanto la litania di richieste e recriminazioni si arrestava. Partiva un battito di mani cadenzato, a fare da sottofondo e un coro unanime intonava: «Volponi, Volponi, ci hai rotto i coglioni!»
Ogni volta il ritornello colpiva il presidente come una stilettata nel fianco.
«Ci mancavano solo i pacifisti stamattina» commentò sconsolato. «Come se non bastassero tutti i problemi che abbiamo. Ma per quanto tempo intendono continuare? Non si può lavorare così.»
Serviddio, segretario personale del premier, si lisciò i capelli copiosamente impomatati.
«Minacciano di rimanere lì fino a che non ottengono la promessa ufficiale che la Burlandia si ritirerà dal conflitto» disse e resosi conto del gesto inconsulto appena compiuto, tirò fuori un enorme fazzoletto dalla tasca per pulirsi il palmo impiastricciato.
M. Mastrovito L  ultimo rap 2 «Ciò vuol dire che ci rimarranno ad oltranza. E’ chiaro che non è proprio possibile esaudire le loro richieste. Ma come possiamo convincere questi scalmanati?»
«Certo, se sapessero che rischiano di rimanere a piedi, sarebbe tutto più facile. Basterebbe far capire loro che il Benegal è il nostro unico fornitore di petrolio e che per questo Fakkin ci tiene in pugno. Se gli rifiutassimo il sostegno, i rapporti diplomatici tra le nostre nazioni si incrinerebbero. Il nostro contributo nell’arrestare l’avanzata di Sean Lager è il prezzo inevitabile da pagare se vogliamo continuare a mettere benzina nelle nostre auto.»
«Scccc!» Volponi arrestò il comizio del segretario e cominciò a guardarsi intorno con fare circospetto. Una serie repentina di occhiate raggiunse tutti gli angoli della stanza alla ricerca di eventuali microspie.
«E’ diventato pazzo?» chiese incenerendo Serviddio con lo sguardo. «Orecchie indiscrete potrebbero ascoltarci. E’ essenziale che non ci tradiamo mai. Affianchiamo il Benegal perché Sean Lager è un pazzo criminale. Vuole soggiogare un paese pacifico per sola sete di conquista. La nostra è una missione umanitaria. E’ dovere morale impedire che un dittatore estenda il proprio potere oltre un certo limite.» Il presidente riassunse la versione ufficiale dei fatti con tanta convinzione da renderla credibile.
«Mi scusi» balbettò il segretario visibilmente imbarazzato e si affrettò ad arrestare con la punta dell’indice un indesiderato scivolone degli occhiali sul suo lunghissimo naso.
«Mi sono lasciato prendere la mano.»
«Che non accada mai più. Il nostro motto è: massima prudenza. Soprattutto in questa fase così delicata. Siamo ad una svolta epocale. Se non abbiamo ora l’abilità necessaria per convincere la popolazione che siamo gli assoluti detentori della verità, la situazione ci sfuggirà di mano e finiremo all’opposizione per il resto dei giorni.»
«Sempre che la fatidica Macchina non salti fuori nel momento meno opportuno e ci esploda in faccia come una bomba ad orologeria.»
«Che fa adesso, l’uccello del malaugurio?» Volponi era indispettito.
«Cercavo solo di non tralasciare nessuna ipotesi» si giustificò lui. «Come lei saggiamente insegna, non bisogna farsi prendere alla sprovvista.»
«Bravo Serviddio». Il premier era sempre sensibile alle lusinghe.
In quello stesso istante bussarono alla porta.
Una signorina in un impeccabile tailleur grigio annunciò l’arrivo del capo dei servizi segreti Furio Talpetta.
Volponi si ricompose con una serie di gesti meccanici, ma programmati al millesimo di secondo.
Una ravviata ai capelli, un’asciugatina al sudore che gli imperlava la fronte, due colpi di stantuffo per sollevare la poltrona ergonomia ancora di qualche centimetro perché le giuste gerarchie assumessero concretezza anche nella forma.
Aveva appena finito di soffiare due nuvolette di fumo per circondasi di una giusta dose di alone di mistero, quando Talpetta fece il suo ingresso nella stanza.
Superati i convenevoli, Volponi venne subito al dunque.
«Probabilmente avrà immaginato il motivo per cui l’ho convocata» esordì guardando il suo interlocutore dall’alto in basso. La statura di Talpetta era talmente contenuta, da far risultare quasi sadico il dislivello delle postazioni architettato dal premier. Nonostante la sua sedia fosse molto più bassa di quella del presidente, a stento i suoi piedi sfioravano il pavimento.
«Come avrà appreso da stampa e televisioni, un terrorista ha dichiarato di possedere una Macchina della Verità. No, non uno di quegli stupidi congegni americani che misurano il grado di sincerità di una certa risposta sulla base delle attivazioni emotive dell’intervistato. In questo caso, si tratterebbe di un autentico strumento diabolico in grado di smascherare con esattezza qualsiasi menzogna. Sottoponendo un soggetto al test, non solo si potrebbe scoprire, con certezza assoluta, se mente, ma si potrebbe rintracciare la verità nascosta dietro la bugia.
Supponiamo che Serviddio avesse dichiarato, mentendo, di non aver mangiato nulla a colazione».
Il segretario tradì un lieve disappunto per esser stato preso ad esempio in un simile contesto, ma non osò intervenire.
«Ebbene» proseguì Volponi, «la Macchina non solo ci direbbe che ciò non è vero, ma ci farebbe sapere che ha consumato brioche e cappuccino.»
«Una tragedia» sottolineò Serviddio e non si riferiva ai suoi pasti.
«Ha detto bene. Una tragedia senza pari. Se questa Macchina esistesse davvero e qualche sconsiderato la utilizzasse, sarebbe la fine del mondo. Immagina cosa potrebbe succedere?» I suoi occhi puntavano con in insistenza Talpetta.
«Certo» rispose lui. «Sarebbe molto sconveniente.»
«Lei capisce benissimo che non si può governare nella massima trasparenza. Ci sono cose, che nell’interesse della quiete pubblica e per il bene della popolazione, non devono essere svelate. Noi dobbiamo difendere i delicati equilibri del paese. Non possiamo permettere che un pazzo ci metta tutti in ginocchio.»
«Si potrebbe trattare di un mitomane» suggerì Talpetta lisciandosi i baffi, «magari non esiste nessuna Macchina, ma solo qualcuno che se l’è inventata per qualche scopo recondito.»
M. Mastrovito L  ultimo rap 3 «Lei mi conduce subito al cuore della questione» disse Volponi ostentando quasi gratitudine.
«E’ proprio per questo che mi rivolgo a lei. Deve mobilitare tutte le forze a sua disposizione per capire come stanno veramente le cose. Bisogna scoprire se questo attrezzo immondo esiste davvero ed in tal caso, deve portarmelo qui.»
«Faremo tutto il possibile» promise Talpetta.
«Non è tutto», il presidente assunse un’aria pensosa. «C’è un’altra questione da affrontare. Questa notizia ha messo in subbuglio la popolazione. Ha seminato il panico, acceso false speranze, confuso le idee e, soprattutto, alimentato dubbi nei confronti de governo. Noi dobbiamo intervenire. Dobbiamo ristabilire l’ordine ed infondere nuova fiducia. Dobbiamo far sentire alla gente la nostra presenza e che abbiamo tutto sotto controllo.»
«Come pensa di riuscirci?»
«E’ semplice. Dobbiamo far credere di aver scovato la macchina.»
«Geniale» si lasciò sfuggire Serviddio e un moto inconsulto del capo gli fece scivolare di nuovo gli occhiali sulla punta del naso.
«Riesce a cogliere le implicazioni?» proseguì Volponi, ora più motivato dalla lusinga. «In questo modo possiamo ottenere due importanti risultati . In primis dimostriamo la nostra forza ed in secondo luogo, ribaltiamo la situazione a nostro favore, guadagnando il controllo sulle masse. La Macchina diventerà un mezzo per ottenere più facili consensi ed esercitare un più ampio potere. Susciteremo timore e nessuno oserà contrapporsi.»
«In altre parole mi sta dicendo che vuole strumentalizzare la Macchina, metterla al servizio della politica, usarla per manipolare le coscienze» intervenne Talpetta.
«Sempre a fin di bene» si affrettò a specificare Volponi. «La tranquillità e il benessere di questa nazione erano capisaldi nel programma dei Rampicanti quando abbiamo vinto le elezioni. Io mi attengo sempre a questi principi per non tradire le attese degli elettori.»
«Volponi, Volponi ci hai rotto i coglioni!»
Il solito slogan di protesta si insinuò nella stanza in un momento poco opportuno.
Talpetta finse di ignorarlo, mentre Serviddio tirò le tende, come se la stoffa potesse coprire gli sproloqui insieme alle immagini dello scandaloso corteo.
«Per caso ha in mente come realizzare il suo proposito?» chiese il capo dei servizi segreti.
«Purtroppo non ancora» aggiunse Volponi. «Ma ho una mezza idea e forse mi servirà il suo aiuto. Si tenga prono e mi raccomando…»
«Come prono?» chiese allarmato Serviddio.
«Volevo dire pronto» replicò lui. E sulle labbra apparve impercettibile un sorrisino sardonico.
Il segretario avvertì un lieve imbarazzo ma si guardò bene dal manifestarlo.
Talpetta si congedò e Volponi azionò lo stantuffo per tornare al piano terra.
Dopo una nuova sbirciatina dai vetri dichiarò: «Oggi si esce dal retro».

(…)

L’ultimo rap è pubblicato su Lulu.com e da Autori Inediti, dal 2007
Acquista L’ultimo rap su Lulu.com

Tutte le immagini sono Copyright © by DeviantArt.com o degli aventi diritto.


Torna al profilo di Miriam Mastrovito