Miriam Mastrovito: Gli stessi occhi
Gli stessi occhi
(Estratto dal romanzo)
Incontrarci a quest’ora
Quando abbiamo vissuto
Abbastanza da non conoscerci più.
Ridi ancora
E in un soffio mi dici
Che adesso
Un pensiero ti sfiora.
Come sei bella.
Com’era bello!
E’ un uragano
Che arriva in un giorno.
Secoli rauchi
Che fanno ritorno
Nell’amarezza
Di un folle ricordo:
gli stessi occhi
Alberto spense i fari della decappottabile ed imboccò il viale di accesso di casa sua.
‹‹Mi raccomando ragazze›› bisbigliò ‹‹massimo silenzio! Se svegliamo i miei finisce la festa››.
Myra soffocò un risolino e si strinse sul sedile posteriore della vettura come a volersi rimpicciolire.
‹‹Io vengo con te. Ti reggo l’accendino per fare un po’ di luce›› sussurrò Gabriella mentre Alberto parcheggiava sotto gli alberi.
Poi i due scesero dall’auto e momentaneamente scomparvero nell’oscurità.
Era un sabato notte di fine inverno ed in periferia regnava una quiete perfetta.
‹‹Ma perché ci impiegano tanto?›› chiese Myra continuando a rannicchiarsi per rendersi invisibile ad ipotetici occhi indiscreti.
››Non è facile muoversi al buio tra le bottiglie e poi chissà›› rispose Sonia sfoderando un sorriso malizioso ‹‹magari questa è la volta buona. Soli, rischiarati appena da una romantica fiammella, prematuramente inebriati dal profumo del vino…››
‹‹Finalmente si baciano e trovano il coraggio di giurarsi eterno amore.Mi pare proprio il momento giusto!›› continuò l’altra ed entrambe sghignazzarono in playback.
Dopo qualche minuto Alberto e Gabriella furono di ritorno.
Si precipitarono a bordo ed in men che non si dica l’auto riguadagnò la strada.
Pochi metri più avanti un’altra macchina appostata in un carraio lampeggiò e si accodò alla prima.
Solo allora Gabriella si sbottonò il giubbotto e tirò fuori due bottiglie.
Gridò per scaricare la tensione, mentre le ragazze dietro batterono le mani eccitate.
Le due auto si fermarono in aperta campagna e, quando tutti i passeggeri furono fuori, Alberto venne avanti con le bottiglie alzate in modo che tutti potessero ammirare il bottino.
‹‹Fragolino›› declamò con tono solenne.
‹‹Siiiì!›› urlarono tutti in coro e partì un fragoroso applauso.
‹‹Brindiamo al padre di Alberto che ci offre il vino buono in queste notti di ristrettezze economiche›› sentenziò Paolo stappando la prima bottiglia.
Il tappo volò ed andò ad urtare la spalla di Myra.
Tutti le rivolsero sguardi ammiccanti pensando al detto per cui chi è colpito dal tappo è prossimo alle nozze.
‹‹Mi spiace. Ho già dato›› disse Myra precedendo qualsiasi commento e tutti tornarono ad applaudire senza un vero perché.
I ragazzi cominciarono a bere e a passarsi la bottiglia.
Ad ogni sorso tutti parevano colorirsi e rallegrarsi un pochino di più ad eccezione di Anna che reggeva bene l’alcol e non perdeva mai il controllo.
Myra non era avvezza a bere, perciò, dopo pochi sorsi cominciò ad avvertire uno strano formicolio che si sprigionava dal suo corpo per andare a combinare strani scherzi tra le stelle.
I punti luminosi sembravano accostarsi e respingersi e fondersi per poi allontanarsi all’infinito in una ridicola danza.
Myra rise. Rise di gusto come non rideva da anni e si sorprese a costatare che si sentiva quasi felice benché non ce ne fosse un reale motivo.
Anche gli altri ridevano e si divertivano per niente.
Era questa la splendida malia del vino: rendeva spiritose le serate banali regalando un forte senso di libertà e di appartenenza.
Dopotutto era ciò che Myra desiderava. Essere libera di appartenere.
Osservava le facce rubiconde dei suoi amici e si sentiva perfettamente uguale a loro nonostante qualche anno in più ed un matrimonio fallito alle spalle.
Mentre beveva pensava ai suoi venticinque anni e le sembravano tanti.
All’improvviso aveva la sensazione che fosse tardi per tante cose.
Avrebbe dovuto ubriacarsi prima e stare fuori la notte. Avrebbe dovuto frequentare i ragazzi, magari i compagni di scuola. Invece, non aveva fatto nulla di tutto questo.
Era rimasta a casa a studiare e ad elemosinare invano il permesso di uscire. Aveva messo in piedi e disfatto un matrimonio alla stessa velocità con cui si costruisce e si abbatte un castello fatto con il lego. Ma mai aveva assistito all’esilarante quadriglia delle stelle.
Adesso tutto ciò le sembrava ineluttabile.
Era come se ci fosse una sorta di legge non scritta per cui alcune esperienze, se non vissute a tempo debito, ti vengono a cercare e generano scompiglio nel firmamento delle tue idee.
‹‹Cantiamo›› suggerì Gabriella e subito si levò un coro di voci stonate.
Ecco un’altra cosa che Myra non aveva mai fatto. Non aveva mai cantato con gli amici a causa della sua timidezza. Ora gioiva anche di questo. La capacità di non arrendersi alla vergogna le dava un grande senso di leggerezza.
Quando nelle bottiglie non fu rimasto niente i ragazzi ripresero le macchine e puntarono di nuovo verso la città.
Alberto si lanciò in una folle corsa. Sembrava non doversi fermare mai. Invece, all’improvviso rallentò.
‹‹La macchina di Antonio›› disse indicando un’auto parcheggiata.
‹‹E allora?›› domandò Sonia.
‹‹Quel bravo ragazzo non è venuto con noi per andare a letto presto. Domani devo svegliarmi in tempo per andare a messa, ha detto›› Alberto riportò questa frase con tono canzonatorio.
‹‹Non sarebbe splendido fargli uno scherzetto?››
‹‹Cosa hai in mente?›› chiese Gabriella già pregustando il seguito.
‹‹State a vedere››.
Alberto tirò fuori un chewing-gum. Si accostò alla macchina di Antonio, masticò ripetutamente, poi sputò la gomma e la utilizzo per tappare il buco di una serratura.
Sonia scoppiò a ridere tanto forte da doversi tenere la pancia.
‹‹Avrà un bel da fare prima di ritirarsi in preghiera›› commentò tra i singhiozzi.
Gli altri le fecero eco, poi, come bimbi birichini, cominciarono a masticare e ad appiccicare gomme su tutta la carrozzeria.
A lavoro ultimato Alberto accese l’autoradio a tutto volume, abbassò il tettuccio della decappottabile e ripartì veloce come prima.
‹‹Forza ragazze, in piedi!›› ordinò e loro prontamente ubbidirono.
Le due amiche sul sedile posteriore si spingevano alla ricerca di un equilibrio perduto senza mai smettere di cantare a squarcia gola.
‹‹Leave it all behind›› cantava Myra.
Così le sembrava che dicesse la canzone perché erano quelle le parole che voleva ripetere a se stessa in quel momento.
«Lasciati tutto alle spalle. Fa che dolori e cattivi pensieri rimangano indietro in questa folle corsa.Fa che stanotte ti basti il vento per essere contenta.»
E davvero il vento le bastava perché le sferzava il viso e le mani ma non sentiva freddo, come se fosse invincibile.
(…)
Gli stessi occhi è stato pubblicato da Kimerik Editore, nel 2007
Acquistabile dal sito dell’editore, da qualsiasi catalogo on line, in libreria, o direttamente dall’autrice.