Gianluca Liguori: Dio è distratto
Dio è distratto
(Estratti dal romanzo)
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Smarrito nuovamente nella folla catartica osservavo, capivo, imparavo, e crescevo: pensavo al mio romanzo. Ero fiero di me e di come stavo scrivendo, di quello che stavo scrivendo: si era sviluppata in me la consapevolezza di poter essere realmente uno scrittore, e la mia vita stava diventando esclusivamente funzione dell’arte. Anni di conflitti e devastazioni per raggiungere la mia maturità, questo libro, che non è un vero e proprio libro, e non è nemmeno romanzo: è letteratura allo stato selvaggio, è un istinto fugace, stralci di vita e di idee; è passioni, dolori, paure, amori, ideali, sogni, presagi, lotte, ferite, lacrime, lamenti, delusioni, fallimenti, maledizioni, sconfitte. È santificazione. È una storia, forse, o forse no. Potrebbe essere un lento suicidio, lo so, ma debbo cantare, debbo cantare perché non riesco più a tacere: troppo laceranti sono le visioni che la mia anima è costretta a subire giorno dopo giorno, troppe le pene che l’hanno plasmata.
Brucio. Arde forte in me una pena antica, lontana, probabilmente lontana millenni, millenni di esistenze, quando tutto era fuoco, soltanto fuoco, quando non esisteva niente, niente, neanche il dolore.
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Arrivammo alla stazione abbandonata dei treni dove Yuri e Dean avrebbero preso l’autobus che li avrebbe condotti a Battipaglia, da lì il treno, cambio a Napoli, e via alla volta della capitale. Ogni volta che si va da qualche parte e si ritorna, per partire ancora, per viaggiare sempre, mai stanchi di nuovi posti da visitare o di luoghi conosciuti, basta che si cambi, si vada alla ricerca di qualcosa di diverso, di distaccato dalla routine urbana di ogni incantevole giorno di crocifissione, verso persone da andare a trovare, persone da incontrare, nuove conoscenze, nuovi arrivederci ed eterni addii in cerca di un costante movimento, purché ci sia una partenza, il viaggio, esperienze, sconfitte necessarie e paludi da cui non avremmo mai creduto di poter uscire vivi. La necessità del ritorno al nido per una nuova fuga.
L’ultimo ricordo di quei giorni lo conservo ancora nel cassetto del comodino nella mansarda della casa di famiglia, è un accendino arancione oramai senza più gas che mi ritrovai in tasca mentre Dean e Yuri mi salutavano dal finestrino del pullman, l’accendino di Dean. Non appena me ne avvidi feci come il gesto di volerglielo ridare ma il potente automezzo si stava allontanando, l’espressione sul viso di Dean mi diceva di non preoccuparmi, di tenerlo, non importava. I miei amici intanto diventavano sempre più piccoli, offuscati nel loro splendore dal vetro opaco e sporco mentre lentamente andavano smarrendosi in fondo al viale, per sparire dietro la prima curva. Non li vedevo più, strinsi forte nella mia mano l’accendino, poi presi una sigaretta, l’accesi ed entrai in macchina. Avrei voluto partire veloce, inseguire il veicolo che mi stava sottraendo quei pochi istanti di beatitudine appena vissuti ma già discosti. Una morsa leggera mi pizzicava il cuore.
«Ci vediamo a settembre…», fu il mio ultimo tragico pensiero vedendo la strada vuota, la strada che mi stava privando del benessere che mi aveva sfiorato impercettibilmente l’animo.
Misi in moto e tornai a casa.
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Le strade di Centocelle erano piene di gente, in quella soleggiata e calda domenica di inizio settembre. Io e Dean deambulavamo sudati, osservandoci attorno e facendo riflessioni sulla vita del quartiere. Si stava bene a Centocelle, anche se l’ombra della malavita organizzata si aggirava furtivamente davanti ai bar con sembianze di distinti signori ed onesti lavoratori: la droga, le armi, l’usura, le truffe e le povere prostitute che spezzavano le loro vite per debolezza ed incapacità; vite negate. Specializzati nei furti erano al solito vecchi volponi specializzati e gli immancabili rom.
La profezia non preannuncia niente di positivo, regneranno ancora miseria, rovina, distruzione. Piangiamo ancora le vittime delle guerre, come se ci fosse qualcosa di sensato nelle vittime e nelle guerre. Siamo perduti. Tutti, senza eccezioni.
Camminammo da via dei Gelsi fino ad arrivare a piazza San Felice da Cantalice e tornammo indietro. Mi salutavano in mezzo alla strada diversi clienti del negozio dove avevo lavorato, ero conosciuto, noto. Durante il percorso inverso ci fermammo a prendere un’altra bottiglia di vino bianco da un cinese sempre aperto in via dei Castani. Quando fummo di nuovo a casa alcool e cocaina erano pronti per noi. Iniziammo una partita a scacchi. Il primo match fu vinto da Dean, io mi aggiudicai la rivincita. Intanto avevamo finito il vino e la cocaina.
Furono meravigliose ore di approfondite confessioni e fresche conoscenze, affrontavamo i nostri problemi, i dubbi, le perplessità, i timori. Niente avrebbe demolito il nostro legame. Che cos’era, d’altronde, la vita? Un lampo fugace, quella sigaretta che brucia, un fiore che appassisce.
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Dio è distratto è stato pubblicato da Nicola Pesce editore, nel 2007
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