Gianluca Liguori: Cronaca della prima
Cronaca della prima
(Primo reading di Scrittori Sommersi secondo Gianluca Liguori)
L’appuntamento era per le quattro del pomeriggio davanti al locale. Io ero a Trastevere già alle tre meno qualcosa. Avevo bisogno di passeggiare da solo, di meditare, di concentrarmi sulla lettura che da lì a qualche ora avrei dovuto sostenere di fronte ad un pubblico. Non salivo su un palco dai tempi dell’ultimo anno delle scuole superiori, quando ero rappresentante d’istituto, ed erano passati quasi otto anni. Vi racconterei molto volentieri anche tutto ciò che è accaduto in questi otto anni, ma non si può, non c’è tempo…tempo…tempo…cazzo, non c’è mai tempo!
L’attesa la vivevo con abbastanza tranquillità, non mi sentivo per nulla agitato, in preda ad ansia o panico, ero sereno. Volevo starmene un po’ da solo, e passeggiavo per Trastevere, con lo zaino in spalla carico di libri, ed il mio cappello sulla testa. Camminavo, e i minuti passavano. Più che lenti o veloci, scorrevano immobili, ed io avevo come una sensazione di infinito di fronte a me, mentre passeggiavo per le vie di Trastevere, con lo zaino in spalla carico di libri ed il mio cappello in testa, in attesa.
Due ore dopo, che per la mia percezione furono un istante solo, mi imbattei in P, che mi disse che aveva i libri in macchina, a pochi isolati da lì. Decidemmo di andare a prendere un caffè in giro da qualche parte, dal momento che il locale era ancora chiuso.
Non appena fummo seduti, squillò il telefono, era S, diceva di provare a recuperare l’ideatore di THC Polimedia che era sceso apposta da Ferrara per incontrare noi, Scrittori Sommersi.
Telefonai al nostro amico, e dopo poco io e P ci incamminammo per andare a riceverlo. Arrivati dove dovevamo andare, incontrammo F che era era appena sceso dall’auto, come dicono qui a Roma, che a me che sono di fuori suona così strano, l’auto, per indicare l’autobus…ma lasciamo perdere.
Ci trovammo. Si parlò delle nostre future collaborazioni, poi ci dirigemmo al locale. C’eravamo quasi. Intanto che F sistemava le locandine, arrivarono pure I e S, ognuno di loro con qualcuno al seguito. Di lì a poco arrivò G, col suo borsone nero della nike e poi anche M e V. Eravamo tutti presenti, quelli che avrebbero dovuto rappresentare il gruppo per quella sera, eravamo noi, Scrittori Sommersi.
Eravamo nel locale, ed io dopo un po’ presi il mio primo whisky. La sala era pronta, e avevamo fatto qualche prova. In un baleno erano le sei, e si era quasi pronti per iniziare.
Era passata persino T, aveva comprato il mio romanzo, quel romanzo di cui aveva inondato un po’ di pagine, ed era andata via. Si scambiò sguardi fulminanti con lei, la mia donna, ed ebbero un brevissimo scambio di battute. Non correva buon feeling tra di loro, si sa come vanno certe cose. Poi c’era un’altra mia amica che oramai viveva in Spagna, che si era trattenuta un giorno in più a Roma proprio per poter partecipare all’evento. Ed altri amici, conoscenti, amici di amici. Dovevo pisciare.
«Si diresse verso il bagno, proprio lì vicino c’erano Yuri e Dean, quei due pazzeschi e fantastici cervelli, presi da una delle loro memorabili dissertazioni infinite», dissi loro, miei fraterni amici che avevano dato spunto ad alcuni personaggi fondamentali del mio romanzo; la mia figura veniva messa alle spalle della porta. La mia vita reale si incrociava troppo spesso con una vita irreale, parallela, quasi magica, anche se ora meno di un tempo, quando ero più giovane, ma ancora oggi a volte mi capita di trovarmi in situazioni in cui a fatica distinguo la vita reale dalle pagine che scrivo. Quando uscii dal cesso, s’era oramai fatta l’ora di iniziare il reading.
Emilio fece giusto in tempo a premere il tasto play alla telecamera per cominciare a registrare che V già aveva cominciato la presentazione. Non so se effettivamente ero teso, comunque di certo c’è da dire che con il secondo whisky ogni preoccupazione si affrontava in maniera più lucida.
Il locale era pieno, c’era più gente di quanta ne poteva contenere. C’erano persone sedute a terra, sulle scale, altre nell’anti-sala ed alcuni addirittura fuori. La sala non riusciva a contenere tutti coloro che erano lì per ascoltarci leggere. C’erano i miei amici più cari, alcuni personaggi che avevano affollato le pagine del mio primo giovane e pazzo romanzo. E poi tante altre persone.
Si aprì le danze. Si partiva col racconto di Cozzolino. Leggeva il pezzo in cui il prete si dichiarava alla donna. Il pubblico era già conquistato.
Poi fu la volta di P, emozionatissima, con “L’amore a mille lire”, quindi fu il turno di F, anche lui alle prese con il sudore, ma poi rivelatosi bravissimo come sempre nel leggere “Le mandorle di Michele”. E ancora G, il nostro G, che legge “Ale”. E poi via agli estratti del blog.
G che ci urla di essere vuoti, tronfi e inconcludenti, che gli facciamo schifo, P che si indigna e gli dà addosso, ancora G a replicare, S che minaccia una sua uscita di scena dicendo di sentirsi come Artaud che lascia i surrealisti, poi intervengo io a moderare, S che rientra in gruppo tra una battuta di spirito e l’altra, da buon toscano, e ancora G, con la sua parte più sensibile, più romantica, più tenera, che conclude che certe cose, le possono capire solo coloro che sono stati a Roma quella volta, alla prima riunione dei sommersi.
E ancora lui, il nostro G in questa sua veste mansueta, che legge la lettera di “Autoritratto ad acquerello”.
Il pubblico ci segue. Sale sul palco I, alle prese con “Rebirth Hotel” accompagnata da F. Tutti i sommersi sono entrati nella parte, e quindi ecco che arriva anche il mio turno. Mentre aspettavo, pensavo che il trucco era di tenere gli occhi ben fissi sul libro, senza mai alzare lo sguardo verso la sala strapiena di gente. Le paure erano già state diluite nel terzo whisky che avevo buttato in corpo. Mi sentivo pronto.
“Nicotina a colazione”. Passata, e mi era piaciuto.
Lo ricordo ancora come uno strano sogno, un sogno bellissimo.
La serata si concluse tra le risate di 99, nei due dialoghi magnificamente interpretati da P e I, accompagnate dalla voce narratrice di V, prima, e da S e F nei panni dei personaggi maschili, poi.
Io già ero fuori, uscito a fumare una sigaretta, mi intrattenevo un po’ con uno e un po’ con un altro. Mi fermavano, e mi chiedevano, “Ma tu fai parte degli scrittori sommersi?”.
E sì, ero uno di loro, e ne ero fiero, orgoglioso. Ero contento di essere uno Scrittore Sommerso, di fare parte di un gruppo, di quel gruppo, di quel progetto. Oltre al lavoro quotidiano che dedicavamo alla causa, si erano instaurati rapporti tra persone, esseri umani, erano nate amicizie, unioni, legami. Eravamo un corpo solo, pronto ad emergere.
Dentro, la serata si concluse con un richiamo alla giornata della memoria, e un appello al non dimenticare. Qualcuno venne a cercarmi per i saluti finali, ma quando rientrai in sala avevano già spento i microfoni. Il sommerso dal whisky, mi chiamarono. E la serata finì così.
Avevamo venduto tutte le antologie, non ne era rimasta una neanche per me. Era andata meglio di ogni nostra più rosea previsione. Il pubblico aveva riso quando c’era da ridere, e aveva ascoltato attento, quando i racconti erano più meditativi, intimisti, severi. Era stato davvero un gran successo. Era la prima volta che uscivamo pubblicamente, e avevamo sorpreso e sbalordito tutti i presenti, noi compresi.
Per conto mio avevo capito che non stavo perdendo tempo, e questa, per me, era la cosa più importante.
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