Flavio Camilli: Rebirth Hotel

F. Camilli   Rebirth hotel Rebirth Hotel
(Estratto dal Racconto)

(…)

Apro gli occhi e sono seccato che sia proprio questo l’ultimo ricordo della mia vita, seccato quando mi accorgo di riuscire a guardare ancora il soffitto della stanza ventitré, soprattutto dopo aver ingoiato una confezione di sonniferi. La bottiglia di rhum è ancora là, sul comodino, mezza vuota. L’oscurità mi avvolge e grida che il giorno si è tramutato in notte, nera, tranne che per due stelle rosse appese al lampadario.
Lo so prima di pensarlo, prima che i miei occhi si abituino al buio e io riesca a distinguere l’enorme bestia nera che pende dal soffitto. Rimango immobile e la vedo scendere, proprio come dicono le voci: inizia a gocciolare, lenta e a prendere di nuovo forma sul pavimento. Sdraiato e immobile come sono (e come ho deciso di essere) non posso vederla alzarsi e avvicinarsi allo specchio, ma tonfi possenti mi avvertono dei suoi movimenti. L’oscurità non c’è più: dilatandosi le mie pupille hanno acceso luci agli angoli del buio. L’animale ha un respiro pesante, coincide con il ticchettio dell’orologio sulla parete e insieme a passi e sbuffi crea una sinfonia che non promette nulla di buono. Sono immobilizzato dal terrore, e la mia carne verrà presto divorato dalle fauci della belva. Poco ma sicuro. Che cazzo di fine.
«Marilyn, tesoro, ci sei?», sento dire dalla bestia nera. Ha una voce roca ma dolce. Fa soffiare aria dalle narici.
«Ben arrivato dolcezza! Caro Uto, sono qui da prima di te. Cos’abbiamo di nuovo?».
Accanto a me si accende di suono un’esse di carne, ossa e sangue (credo) seduta sul mobile basso a fianco a letto. Ha lunghissimi capelli biondi raccolti in una folta coda, disarmanti occhi verdi ricoperti di ciglia e tette mai viste strette in un corsetto nero di pelle. Sotto porta solo un tanga rosso e autoreggenti nere con bordi di pizzo infilate sulle lunghe gambe e sorrette da infiniti centimetri di tacco che bucano il parquet non appena scende dal mobile. Sembra proprio una zoccola. Non riesco a capire come faccia a trovarla bellissima. Quando volta il viso a sinistra però, verso la parete, inorridisco. Dall’orecchio al naso il suo volto brilla di una luce nera e verdastra e man mano che, stringendo le palpebre, metto a fuoco l’immagine, dal buio emergono sulle sue guance miriadi di squame. Le contornano l’occhio, le mangiano l’orecchio: metà mignotta, metà serpente.
Un’ombra la eclissa e la bestia si porta a tiro di sguardo. Di terrificante non ha proprio nulla. E’ un enorme gatto nero, antropomorfo, con lunghi capelli e una liscia barba bianca tipo mago Merlino. Gli occhi sono rossi come il sangue che speravo di aver abbandonato. Ha enormi mani coronate da unghie nere e affilate, che passa sul mento peloso, come per meditare.

(…)

«Penso che abbia appena iniziato a morire», aggiunge la belva, «ci guardano tutti così, con gli occhi fuori dalle orbite, non appena succede. Scommetto che la maggior parte di loro pensa “Chi accidenti è questo gattone?” e poi, guardandoti, “chissà quanto prende la bionda!”». Sorride ma non è un ghigno. Lo fa davvero e accende un calore nel mio petto, ma non è un incendio. Una luce, forse. Un minuscolo ammasso di gas. Una nebulosa.
«Sei sempre adorabilmente una merda!», gli risponde Marilyn strizzando gli occhi. Poi tamburellando il pavimento con i tacchi viene verso di me.
«Ehi, dolcezza, la smetti di fissarci? Potrei incazzarmi», aggiunge guardandomi dritto negli occhi.
Senza neanche accorgermene, balzo fuori dal letto, impaurito, ma cado rovinosamente a terra, in un inestricabile involtino di lenzuola. Quando mi ritiro su non posso fare a meno di constatare di essere appena inciampato nel mio corpo. E’ lì disteso, ha uno strano colorito bianco e sembra dormire un sonno così piacevole da avergli tolto per sempre il fiato. Tocco le mie mani, che ancora stringono la bottiglietta di sonniferi. Sono fredde, cazzo.

(…)

«Cosa cazzo sta succedendo?», chiedo più incazzato che disorientato.
Marylin mi guarda perplessa e alza gli occhi al cielo.
«Con calma bellezza, con calma. Non sei un fantasma. I fantasmi non esistono. Piacerebbe a tutti che fosse così semplice! Schiatti. Cose in sospeso? Sì. Bene, lì nella fossa comune dei fantasmi. Niente rimorsi? Dritto in paradiso, che è meglio. No no no, non è così che funziona!».
Mi punta un dito contro e sento un fremito alla colonna vertebrale che non avvertivo da un po’.
«Non illuderti di essere morto. Sei solo un novellino. Io sono morta e guarda come ci ho lavorato: sono una gnocca senza precedenti!», conclude così, passandosi due dita attorno all’occhio, sulle squame, come se ballasse musica anni Sessanta. E’ una strana tipa, penso.
Non appena Marylin mi volta le spalle e si getta sul letto, spostando la gamba rigida del mio cadavere, Uto mi si avvicina e mi poggia una mano sulla spalla che cede sotto il peso. E’ inconcepibile che tutto questo inizi anche a sembrare normale.
«Non preoccuparti…», esita.
«Matteo», gli dico. Spunta un sorriso, sulla mia faccia, venuto da chissà dove.
«Non preoccuparti Matteo. Lei preferisce un approccio diretto. Ma già ti vuole bene».
Con il dito disegna la figura di Marylin, intenta a sollevarmi la maglietta.
«Ehi! Cosa cazzo fai?».
Noncurante, la bionda continua l’esplorazione del mio corpo.
«Scusala. E’sempre così con i nuovi arrivati».
«Ok… Uto. Ti prego però, spiegami cos’è che sta succedendo».
C’è una lieve nota di supplica nella mia voce.
«Certo ragazzo, certo».
Sentendomi chiamare così, la nebulosa si condensa leggermente, e il calore aumenta.
«Hai iniziato a morire, è molto semplice. Il contenitore che è sul letto non ti servirà più. Sai», lo vedo cercare le parole adatte, «succede una cosa strana, quando si muore. Quel che importa davvero è solo lasciarsi andare, e vedrai che riuscirai a fare da solo quello che abbiamo fatto anche noi. Insomma guardaci. Credi davvero che Marilyn avesse quella mezza faccia piena di squame quando camminava per le strade del mondo? Andiamo! E’ così perché è quello che ha deciso di essere. Sono in molti a credere che la morte sia la fine, ma a me piace pensare che la vita sia solo un lungo e pallosissimo pomeriggio in un’enorme sala d’aspetto in attesa di nascere come davvero si vuole essere».
«Ok, frena un attimo. Questo è troppo! Io volevo solo non essere più, non diventare qualcosa di diverso! Se avessi voluto trasformarmi sarei andato da un cazzo di chirurgo plastico!».
«Ehi, buono con i modi novellino!», mi corregge la donna serpente, aggiustandosi il silicone nelle tette.
«Cosa dovrei fare ora, secondo te? E come mai voi siete qui? Se avete completato il vostro “passaggio”, o come cacchio funziona, non dovreste essere diretti da qualche parte?!».
«Dolcezza», continua Marylin, «noi siamo esattamente dove vogliamo essere! Le pareti di questa stanza per me sono fatte di squame, e ad ogni albero vedo un palo da lap dance. E Uto, per lui piovono croccantini. Solo che sono enormi. Non c’è il paradiso, bellezza. Se sarai bravo come noi farai di quello che ti sta attorno il tuo paradiso. E chissà che vedrai al posto di …».
Indica l’intonaco bianco.
«Pareti vuote», concludo guardando la stanza.

(…)

Mi siedo sul letto, al fianco di Marilyn, e prendendo la mano del mio cadavere aggiungo: «E lui? Lo abbandono così? Voglio dire, si ok, l’ho deciso io. Però ora», mi trattengo per un secondo, «insomma marcirà!».
Uto mi guarda con occhi compassionevoli e mi sento come un bimbo al primo errore della sua vita.
«Sarebbe marcito comunque, prima o poi», dice.
Improvvisamente fa freddo, così freddo che sento le dita dei piedi scrocchiare. Nella stanza inizia a nevicare.
«Ecco Biancaneve», annuncia Uto.
«Quella dei sette nani?», aggiungo sgranando gli occhi.
«Non proprio».
Da una parete, attraversandola, sbuca fuori una bambina. E’ alta un metro e un po’ e viene avanti con disarmante sicurezza. E’ piuttosto normale, in confronto alla donna serpente e alla bestia nera, se non fosse per le sue labbra violacee e il colorito pallido, i capelli bruni, umidi, terminanti in stalattiti caleidoscopiche e gli occhi verdi contornati da ciglia di neve. Corre verso Uto e gli afferra la mano con filiale confidenza.
«Dobbiamo andare!».
E’ piuttosto agitata.
«Dobbiamo andare! E’ il diavolo della reception! Sta arrivando, sta venendo qua!».
Marylin si alza lentamente, quasi annoiata. Uto cinge la spalla della bimba.
«Buona Piccola, ce ne andiamo», la tranquillizza.
«Matteo, tu aspetta qui. Sei al sicuro per ora. Noi torneremo appena possibile. Intanto pensa. A proposito, ti presento Biancaneve».
La bimba mi sorride e poi, mentre le mie palpebre sbattono per un ordinario spasmo muscolare, l’oscurità li inghiotte.

(…)

 

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