Flavio Camilli: L’ultimo a rovescio

F. Camilli   L  ultimo a rovescioL’ultimo a rovescio
(Estratto dal racconto)

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F

Il piano era parecchio semplice, anche troppo: avrebbe dovuto solamente sostituire l’appello vecchio con uno nuovo di zecca, così perfetto che nessuno avrebbe potuto notare che lì, proprio in cima, al posto delle parole “Abate Michele” sarebbero magicamente apparse le lettere misteriose di “Zenzero Lorenzo”. Se solo la maestra avesse pronunciato il suo nome prima di quello di tutti gli altri, allora avrebbe potuto ritenersi soddisfatto. Certo, questo premio di consolazione non era neanche lontanamente entusiasmante come i loschi piani che aveva passato al vaglio:
1) Il primo, il più ovvio, riguardava l’eliminazione fisica dell’avversario. Si trattava di pratica fin troppo diffusa e complessa che apriva uno sconfinato ventaglio di possibilità e di sotto-questioni. Prima di tutto sarebbe stato necessario scegliere l’arma del delitto, il luogo, l’orario; indispensabili le ricognizioni, i piani, i tabulati, gli immancabili walkie talkie. Un’organizzazione degna di “Mamma ho perso l’aereo”, mica pizza e fichi. Ma no, troppo difficile: questioni pratiche impedivano l’attuazione del piano più elementare; di scrupoli morali la notte non avvertì neanche l’odore.
2) La seconda opzione, il rapimento, risultava suggestiva, ma sarebbe stata una soluzione solo provvisoria, senza contare che il gracile corpo di Lorenzo non avrebbe mai potuto smuovere quello enorme e malefico di Calimero. Figurarsi sequestrarlo.
3) Torture, sevizie, ricatti e un uso spropositato e/o non ben definito della violenza. Per quanto elettrizzanti, pratiche di questo tipo erano minate nel loro assunto di base dal fatto che non avevano alcuna classe e la classe, come diceva sempre mamma Adelaide, oltre a non essere acqua, veniva prima di tutto.
Dopo aver passato preoccupanti minuti incerto a proposito dell’ultima alternativa possibile (un lungo viaggio alla ricerca di Dio e il sovvertimento universale degli ordini cosmici) l’ultimo degli Zenzero aveva optato per la semplice riscrizione dell’appello: in fondo tutti i grandi avevano cominciato da piccoli passi.
Il piano, nella sua semplicità, era stato studiato approfonditamente, mentre aveva fatto brandelli del panino con la mortadella che si era preparato in barba ai genitori. Lorenzo aveva concluso che non c’era altra soluzione: il piccolo Abate andava spodestato. Nella testa del giovane Zenzero le parole di Dio, della madre e della nonna si erano mescolate come il latte con il cacao, dando vita ad una bevanda dall’odore invitante e dall’aspetto rovinoso.
Finito di mangiare, il bambino tracannò un enorme bicchiere d’acqua e nella semioscurità del corridoio (rischiarata dalla luce della abatjour elefantina che dimenticò di spegnere) mosse passi piccoli e silenziosi verso la propria camera: una bella dormita e poi domani il colpaccio, tassativamente prima che quella sfigata della maestra Paciotti arrivasse distrutta da un’altra delle assurde disgrazie in cui inciampava ogni santa mattina.

G

La Morte guardò con gli occhi che non poteva mostrare al mondo le sottili stanghette luccicanti lampeggiare ad intermittenza sullo sfondo nero di una piccola sveglia posata lì, vicino a quella lampada a forma di elefante, dietro al piccolo libro rosso che quel bambino così pieno di rabbia aveva sfogliato poco prima. Erano le 2:10 in punto e il momento di nutrirsi era infine giunto. Strisciando, camminando, volando o in qualunque altro modo si muovesse, avanzò verso la camera dei signori Zenzero. Se qualcuno in quell’istante avesse potuto vedere il suo viso, avrebbe detto che vi era dipinta un’espressione triste, così maledettamente contrastante con la lingua che inumidiva le labbra inesistenti.

H

Non riusciva a dormire. Era po’ a causa dell’eccitazione, un po’ per una leggerissima punta di senso di colpa per quello che avrebbe fatto il giorno seguente: andare in fondo a quella storia era ben più che essere primo, era ben più di una stupida competizione, era andare contro Dio, sovvertire gli ordini, sbilanciare gli universi e dimostrare che anche l’alto dei cieli predica bene e razzola male. D’altronde i principi morali del piccolo Lorenzo Zenzero erano ben più che alterati: riusciva a concepire l’omicidio ma si sentiva in colpa per la sostituzione di un inutile pezzo di carta. Probabilmente molti psicologi, per guadagnare senza faticare, lo avrebbero sbattuto in un manicomio e avrebbero gettato la chiave in un fiume. Provò a chiudere gli occhi, ma la vacuità di quell’oscurità non gli suggerì né sonno né tantomeno stanchezza e spazientito, li riaprì. Davanti a lui solo il taglio della porta socchiusa e la flebile luce della lampada che, cazzo, aveva lasciato accesa. Un pezzo di corridoio illuminato, il russare dei genitori e il suo tormento erano gli unici segnali che, in quella casa addormentata, con il giorno sarebbe tornata anche la vita. Il piccolo Lorenzo, tuttavia, non poteva sapere che a pochi passi da lui qualcosa stava lavorando affinché questo non accadesse.

I

Le cose andavano fatte velocemente ma con cura. Non avrebbe tollerato lavori a metà: coma, ictus non fulminanti, ferite gravi ma non mortali. No. Sarebbe bastato trapassare il petto di Adelaide, cercare tra le pieghe di grasso il cuore rosso e sanguinante e stringerlo fino a farlo esplodere: elementare.
Fu così che la Morte avanzò lentamente e iniziò a pregare, come faceva ogni volta, che quella fosse l’ultima vita che era obbligata a spezzare, pregare che l’esistenza della signora Cappellotti in Zenzero fosse stata vuota ed inutile, senza grandi momenti di felicità e pericolose sigarette d’amore, pregare che quest’altra anima rapita non andasse a concimare il giardino in cui cercava invano di coltivare la sua umanità; un’altra parte di Lei, invece, stava affilando forchette e coltelli e batteva i pugni sul tavolo come un bambino capriccioso in attesa del pranzo. Era in corso un conflitto senza tempo, una battaglia alla quale non poteva sottrarsi e di cui conosceva l’esito da sempre.
Il corridoio sembrava interminabile.

J

Lorenzo provò una seconda volta, perché un salutare sonnellino era necessario per il trionfo della sua missione. Chiuse gli occhi lentamente, ma prima che potesse decidere di riaprirli perché il sonno non ne voleva proprio sapere di tenerglieli serrati, il terrore li spalancò. Da sotto il velo delle palpebre chiuse intravide un’ombra scivolare davanti alla porta, passare lenta e solenne, oscurare il giallo spiraglio che divideva la sua camera dal resto della casa. Sgranò gli occhi per la paura, e incredulo di fronte a quello che mani e braccia stavano facendo, si mise a sedere sul letto, immobile.

K

Proprio mentre sfilava di fronte alla porta della cameretta dell’ultimo degli Zenzero, la Morte si fermò di colpo, sentendo su di se lo sguardo di qualcuno, cosa che le era capitata assai di rado. Non si voltò subito perché era certa che il figlio della cicciona non potesse vederla. Invece il piccolo Lorenzo la vedeva, eccome se la vedeva: un’enorme ombra nera, un gigantesco mantello fluttuante nell’aria, mille stracci di mille neri differenti accatastati l’uno sull’altro. Sembrava qualcosa di molto simile ad un uomo, e sarebbe di certo potuto esserlo se solo non avesse avuto le dimensioni di una montagna. Quando la Morte infine si girò, perché di umano tra le altre cose le era rimasta la curiosità, una grande tristezza pervase il cuore del bambino, un’angosciante sensazione di vuoto, e mentre con lo sguardo risaliva quell’altura nera ed evanescente, come fuochi d’artificio esplosero nella sua testa grida e preghiere e immagini sfocate e scintillanti di un albero nero al centro di uno sconfinato prato di fuoco e foglie enormi e trasparenti oscillanti al vento e lamenti e risate e sorrisi e roche invocazioni.
In cima, finalmente, il volto di quella strana presenza, che il volto non aveva: al suo posto, c’era una maschera assurda e bellissima, che ricopriva ciò che le spuntava dal manto di pece e che, se non fosse stata la testa di quello strano essere, Lorenzo proprio non capiva che cosa sarebbe potuta essere. Vi erano scolpiti occhi bianchi e piatti che tuttavia sembravano contenere la profondità dell’universo e più in là, la luce delle stelle. Più avanti il volto di cera si allungava e terminava con una spirale perfetta che, procedendo nel perpetuo moto verso il centro di se stessa, stonava con il resto della figura statuaria, immobile e scura come il punto finale della frase più grande che potesse esistere. Più che un naso o una bocca quella maschera ricordava l’enorme becco di un uccello estintosi ormai da millenni e gli stracci le sue ali malandate, rovinate dagli interminabili voli. Il viso candido era poi interrotto solamente da alcune linee verticali e rosse disegnate dallo strisciare di gocce di sangue piante in anni dimenticati, incrostate nel tempo dal sole dei giorni.
Improvvisamente il volatile fece qualcosa di così insolito che il bambino non riuscì a credere ai propri occhi: si chinò verso di lui e agitò un moncherino informe (che con tutta probabilità era una mano), come se volesse assicurarsi di essere invisibile.
«Ti vedo.» sussurrò Lorenzo a voce strozzata, senza capire da dove quel coraggio fosse arrivato. Al suono di quelle parole la Morte trasalì, non disse nulla ma avanzò decisa, gli porse un lembo del suo manto e un flebile bagliore rischiarò la stanza, rivelando una specie di tentacolo che lentamente, mentre il buio ne contaminava lo splendore, assunse la forma di una mano bianca e scheletrica, di una piccola, rossa e grassoccia e infine, prima di tornare una protesi argentea, quella di una padella color carne con unghie sporche e piena di peli.
«Vieni con me.» disse con l’arto teso.
Lorenzo sapeva che agli sconosciuti non bisognava dar retta, ma cinse quell’appendice lucente e multiforme e la seguì fino al salotto, perché era sicuro di aver avvertito, sotto la superficie arcuata della maschera, il calore di un sorriso.

L

Tutto era cambiato, sfocato, senza più consistenza. Precisamente sembrava che il salotto stesse bruciando sotto le lingue infuocate di un incendio invisibile, che non annichiliva gli oggetti, ma li faceva solo fumare via: così i contorni del divano, dei mobili, del lampadario, si allungavano gassosi verso il soffitto, sospinti a destra e a sinistra da sottili aliti di vento. Intrappolate tra pensieri indecifrabili, il piccolo Zenzero trovò nella sua mente immagini che non gli appartenevano: un barbone sorrideva e tremava all’angolo di una strada, una donna emetteva un respiro strozzato mentre una luce potente la investiva, il sorriso di sollievo di un giovane circondato da troppo cielo, un volto livido e gonfio immerso nell’acqua, il rumore di uno sparo, la risata isterica di un signore con il volto coperto.
Quando la Morte parlò la sua voce non arrivò da sotto la maschera, ma provenne da tutto ciò che c’era nella stanza, da tutte le superfici della casa, della città, del mondo. Come correnti oceaniche i suoni si scontrarono, crepitarono senza senso fino a condensarsi in lettere e penetrare nelle orecchie del bambino.
«Scusami – disse l’ombra antica – è colpa mia. Sai, il mio è un lavoro impegnativo.»
«Rubare?» azzardò Lorenzo, convinto che fosse un ladro particolarmente originale.
«No, uccidere.»
«Oh – sospirò il bambino – mi è andata proprio male! Un assassino vestito da corvo! Mitico, davvero Mitico. - e come colto da pazzia, sentì le sue labbra chiedere – puoi uccidermi per primo, per favore?»
Ci fu imbarazzante silenzio.
La Morte era incredula: quel bambino riusciva a vederla. Quale occasione migliore per trasformare i suoi secolari pensieri in un monologo lungo, solenne e ripetitivo, nella speranza che parlare, finalmente, potesse diradare un po’ le trame della sua solitudine?

(…)

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L’ultimo a rovescio è un racconto inedito


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