Flavio Camilli: Le parole in gola
Le Parole in gola
(Estratto dal racconto)
(…)
Cinque piani di scale, sette minuti circondato da questi stomachevoli fiorellini e mi ritrova davanti solo un’ordinaria serratura. La porta non è neanche blindata, né chiusa a chiave. Mi stavi aspettando?
Sembra tutto troppo semplice (non che mi lamenti) e appena faccio scattare la toppa, sento che c’è qualcosa che non va. Sai dirmi, caro Carlo, cosa vedrò quando entrerò?
Fammele respirare queste parole, fammele odorare, fammele sentire premere sulla gola. Ti prego, fai in modo che anche io possa ancora soffocare, che possa ancora morire, che tutto non è già successo senza che me ne accorgessi.
(…)
Il parquet scricchiola sotto i miei piedi, il legno stira le sue braccia, fa scoccare le sue ossa, le sue lancette di midollo sul colpo di questa notte.
La prima stanza è una cucina o almeno cosi sembra dal luccicare del metallo del lavello. Scorgo un bicchiere mezzo vuoto e un piatto ancora sporco buttati sul tavolo senza neanche una tovaglia a separarli dal legno. Gocce di vino versato da una mano tremante, briciole sputate a causa di una dentatura non più funzionante. Tristezza, una cena di tristezza e sembra che non me ne sia mai andato da casa mia.
La camera accanto è il salotto. La finestra è spalancata e non mi piace, non mi piace per niente, vaffanculo. Cos’è che sta succedendo? Le vene mi si stanno sgonfiando, mi sto afflosciando come se mi avessero tirato fuori la spina dorsale dal culo. Non ora per favore, non qui, non in questo istante, non in questa vita. Non voglio avere paura. Non capisco il motivo di questo terrore, ma non importa, è qui e si insinua prepotentemente nelle mie vene. La paura della paura è solo acqua nera in un bicchiere già pieno fino all’orlo. Sono io, ora, il terrore.
Avanzo verso il centro della stanza, perché c’è qualcosa che mi attira senza che possa resistere, qualcosa che, lo sento, darà nuovo vigore a chi sostiene che tutto ciò che gli uomini fanno è procedere dritti verso la propria disfatta, o verso la verità.
Odio la luna. Soprattutto il tipo di luna che penetra dalla finestra, soprattutto quella che illumina il buio, la luna di questa notte che colpisce il vecchio facendo brillare d’orrore la sua sagoma di morte, quella che non nasconde ai miei occhi Carlo Ammazantini, scrittore, saggista, mancato premio nobel, anziano, paralitico, impaccato di soldi.
Cadavere.
Cazzo cazzo cazzo cazzo cazzo. Agito le mani e sposto l’aria. Faccio per strapparmi i capelli, ma non vengono via. Sebbene mi dica che non può essere possibile, che è un incubo di sicuro, un’allucinazione, un vaneggiamento, so che è inutile scappare da ciò che vedo: trama di sogno o coagulo di sangue, il corpo è sulla sedia a rotelle, di fronte alla scrivania, con le spalle alla finestra. Non si muove. Sento l’inspiegabile tristezza salita dallo stomaco sgorgare nei miei occhi in un crepitante fuoco di dispiacere. Sto piangendo, e per un attimo non riesco a fermarmi. Mi premo le mani sugli occhi, perché non ha senso piangere per la morte di chi si voleva derubare. Ma non posso fare altrimenti.
Devo reagire, devo reagire o scappare. Mi muovo, in qualche modo. Frugo nelle tasche dei pantaloni. Dove cazzo è? Dove cazzo l’ho messa? Eccola. Dio ti ringrazio.
Accendo la piccolissima torcia, respiro profondamente diviso tra la voglia di vomitare e la curiosità per il primo cadavere della mia vita. Una lacrima di sudore mi cade dalla fronte sul naso e oscillando si precipita verso terra. Si infrange sul pavimento come una goccia di pioggia su di una pozzanghera. Ed è allora che avverto il rumore dell’acqua che scorre, mentre le increspature si moltiplicano sulla superficie di un lago che non riesco ancora a vedere.
La luce tonda della piccola torcia scruta il cadavere, lo esplora con avidità, con tutta quella che sto cercando di tenere chiusa dentro me. La punto istintivamente sulle mani con lo stupido pensiero che uno scrittore abbia il dovere di morire con una penna tra le dita, ma non ce n’è neanche l’ombra. Cercandola trovo però la ragione dello stillicidio. La mano ciondola nel cielo sopra il parquet, un pendolo spento che mai più oscillerà: le cose nascondono risposte che quasi mai corrispondono alle nostre domande, controbattono ad entità più grandi di noi che formulano quesiti più importanti in nostra vece. E così arrivano soluzioni a problemi che non ci siamo ancora posti, ma che, inspiegabilmente, ci permettono di non perdere la strada.
Altro che acqua, vaffanculo. Sangue, litri di sangue. Le vene dei polsi sono recise di netto, in verticale, sorrisi maligni che vomitano porpora. Sangue rosso e sangue nero: per terra, la mia luce trova la pozza vermiglia striata di mille serpentelli oscuri. Inchiostro di china. Le risposte degli oggetti sono terribili e poetiche.
(…)
«Ehi.» dice una voce roca dall’oscurità.
Oh merda.
Mi giro di scatto e con un conato vuoto sento il cuore premere sul tramontare del palato. Sono freddo, sono sudore, sono terrore. Sono di nuovo bambino, e davanti a me, il buio parla.
Lo vedo avanzare barcollante alla luce della luna: pallido ed emaciato, con il viso scavato dall’orrore, con gli occhi infossati e rossi contornati dal vuoto di due chiazze scure. Spalancati. Sembra reale, proprio come me. La bocca semiaperta, i vestiti vecchi, le lunghe dita di plastica che si agitano tentando di cogliere qualcosa davanti a sé. L’aria. Le rivedo tutte, le notti interminabili passate coricato nel letto a guardare negli occhi gli occhi rossi del buio, non posso dimenticarle.
Ed è infine innanzi a me, in tutta la sua spettrale presenza.
Non riesco a parlare, né a gridare, né a muovere un muscolo.
Il tempo si blocca. Non c’è musica nell’aria, non ci sono i muri, non c’è la casa, non c’è la città che mi commuove, non c’è la notte.
Il sole sorgerà tra sei ore: il rintocco di qualche orologio risuona per dodici volte e sembra così lontano, irraggiungibile, come il canto del gallo per chi giace sottoterra. Scandisce o preannuncia, non so, ma non lo sento davvero, non lo ascolto davvero, perché mi dimentico che gli oggetti parlano, e quel che dicono, è solo la verità.
Il buio avanza muto verso di me.
E’ questo quello che volevi liberare Carlo? E’ a causa sua che ti sei trapanato la gola con una penna? E’ quest’essere immondo che non ti faceva respirare? Cos’è? E’ tutte le tue parole? Le parole che si ammassavano nei polmoni, quelle che non riuscivi ad esorcizzare, che hai mutilato, le mostruose parole che nessun bisogno, nessuna necessità, nessun brivido sono riuscite ad estorcerti?
Dimmelo Carlo, ti prego, perché io non ci sto capendo nulla. Tu sei dietro di me, morto, pieno di sangue e inchiostro. Eppure sei davanti a me, bianco, terrificante.
«Non ti avvicinare…» sono le uniche parole che il mio palato sente risuonare. E’ finito lì tutto il tuo inchiostro Carlo: nella mia paura, nel mio stomaco, nelle mie vene. Nella mia gola.
«Non ti avvicinare!» ripeto concitato. Indietreggiando cado a terra, ma non arresto la mia fuga. Solo il muro che la mia schiena trova poco dopo riesce nell’intento.
«Non ti avvicinare!» ormai grido a Carlo Ammazantini: scrittore, saggista, mancato premio nobel, anziano, paralitico, impaccato di soldi, cadavere.
Fantasma.
(…)
Il cadavere di Carlo Ammazantini è un’ombra stampata sulla superficie della notte che intravedo dalla finestra. Mi sembra impossibile che fuori da questa stanza maledetta la vita proceda senza intoppi; impossibile che nell’appartamento accanto una bambina dorma abbracciata al suo orsacchiotto, che la coppia dell’interno cinque stia facendo scricchiolare insopportabilmente le molle del letto, che la vecchia al quinto piano si sia alzata per prepararsi una tisana per poter andare di corpo. Insopportabile che la vita brulichi ancora in altri luoghi, che le tragedie si consumino in stanze chiuse, ignare le une delle altre e che le felicità gli dormano accanto senza degnarle di uno sguardo, che i morti siano morti, che i vivi siano assopiti, che la città che mi commuove sia impassibile a tutto quello che mi sta accadendo.
(…)
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Le parole in gola è un racconto inedito.
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