Flavio Camilli: La scissione del nautilus

F. Camilli   La scissione del Nautilus 1 La scissione del Nautilus
(Scrittori Sommersi visti da Flavio Camilli)

C’era una volta, ma anche di più, un uomo profondamente solo.
In gioventù era stato audace, coraggioso, allegro ed entusiasta della vita, mai aveva temuto i nuovi volti, i nuovi amori, i cambiamenti. Tuttavia, con l’incedere della vecchiaia, quando le mutazioni l’avevano visto vittima e non spettatore, Enzo Sommerso, detto Nautilus, aveva scoperto in sé la paura, il tremore nella voce e la vacuità negli occhi, che sapeva essere presagi di morte vicina.
Un evento, in particolare, aveva scosso le sue membra stanche.
La notte in cui si era moltiplicato aveva sognato di essere prigioniero del fondale oscuro di un mare sconosciuto, di udire straziante, l’assordante rumore del silenzio, di vedere ghermita la sabbia nera dai suoi tentacoli retrattili. Tentacoli? Retrattili?
Al risveglio aveva ben capito qual’era stata la ragione del suo sogno: il suo soprannome.
I suoi amici, infatti, vedendolo accartocciarsi pian piano dietro il solido guscio di indifferenza che aveva frapposto tra sé e l’ineluttabile incombere della morte, ma che teneva a debita distanza anche gli ultimi brandelli di vita, l’avevano soprannominato Nautilus, come il mollusco.
Ed era così che invero si sentiva: un mollusco con una gran conchiglia sul dorso, nella quale rifugiarsi, divisa in mille scompartimenti meravigliosi ma accuratamente nascosti, con lunghi tentacoli retrattili e senza sacca dell’inchiostro. Già, perché se il Nautilus non aveva inchiostro, Enzo non aveva voce. Sapeva che nessuno dei suoi amici aveva volontariamente scelto il nomignolo per questo motivo, ma ci aveva pensato l’ironia dell’esistenza per loro. Il Nautilus poi, proprio come lui, raggiungeva le più abissali profondità di giorno, e cercava di emergere in superficie solo di notte, quando la vita che aveva tenuto lontano era addormentata su se stessa e non poteva avvicinarsi. Il soprannome, perciò, era assai più calzante del nome. E poi, Nautilus Sommerso, era davvero evocativo.
Tuttavia, il sogno non era stato altrettanto piacevole. Negli ectoplasmatici recessi di oniriche danze, la sua conchiglia si era aperta, era stata invasa e vivisezionata dall’acqua, dilaniata, sconquassata, senza inchiostro che potesse scrivere sui fondali l’atrocità del delitto compiuto dal fato. Da ognuna delle piccole camere all’interno della solida spirale che divideva il suo cuore dal resto del mondo, erano poi nati nuovi Nautilus, prima minuscoli, poi giganteschi, prima rari e preziosi, poi, velocemente, innumerevoli e guizzanti.
Si era svegliato di soprassalto, aveva maledetto le tombe dei suoi amici (perché la morte era già passata per le case di tutti i suoi affetti), ed era andato a pisciare. Appoggiate le vorticanti vene viola contornate da un po’ di braccia sull’umida ceramica del lavandino, si era guardato allo specchio e un grido sordo aveva incrinato l’aria.
Mille. Semplicemente, sulla soglia riflettente, aveva visto mille se stessi. Alcuni lo avevano guardato con bramosia, altri con cattiveria, altri ancora con sorprendente ilarità. Non era riuscito però, nonostante la vastità dei suoi cloni, a carpire due espressioni che fossero identiche. Aveva capito così, nell’incommensurabile bagliore di un’intuizione, di essersi moltiplicato.

L’operazione avvenuta alla base della sua anima, però, era stata solo ideale, onirica, astratta, ma non meno reale, e l’aveva condotto, in un mondo in cui le maledizioni si tramutano in malattie, dritto dritto verso una gravissima forma di schizofrenia.
Sapeva benissimo quale poteva essere la cura per il suo male, che pareva irrisolvibile: occorrevano corpi, membra, busti, teste, contenitori per ogni pezzo della sua anima in frantumi.
Fu così che, dopo aver scovato in rete, una delle rare volte che si era degnato (perché si sa, le creature marine non amano affatto le reti), un enorme banner pubblicitario che recitava:

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ed aver sudato sette camicie per trovare e spingere sette tasti contemporaneamente, aveva sentito la sua camera polverosa invasa da un potentissimo suono di campanello premuto e si era ritrovato in un ufficio bianchissimo e asettico, dalla cui vetrata si poteva scorgere un atrio pieno di scrivanie e cartacce che nascondevano zelanti lavoratori.

Seduto su un rosso divano di pelle, al cospetto delle tre fattucchiere, in attesa che leggessero la sua mente come dicevano di saper fare, non poté fare altro che osservarle: Lulu, la maggiore, aveva un corpo da capogiro, uno stacco di coscia più lungo dello stesso Nautilus (il sottomarino questa volta), capelli dorati fino a terra e uno sguardo viola acceso come l’elegante tailleur che indossava. Sul suo capo volteggiava senza ritegno una sottile aureola, che stuzzicava con le unghie sottili e appuntite quando non erano occupate ad agitare gli occhiali ovali nell’aria.
Punto, la mezzana delle tre, aveva apparenze pachidermiche che cercava di nascondere dietro lunghissime vesti di velluto nero. Seduta com’era, con i rotoli di adipe adagiati l’uno sull’altro, somigliava ad funerea pila di cuscini. I suoi capelli, vermigli e grassi a loro volta, si incastravano continuamente tra gli anelli che imprigionavano le dita ciccione e quando il suo sottogola ondeggiava ad ogni sorriso, da esso cadeva, come neve in inverno, una polvere argentea e ballerina, che danzò dinnanzi agli occhi di Enzo per tutto il colloquio. Tutta quell’abbondanza faceva sembrare il nome della strega nient’altro che un’arguta e materna presa per i fondelli.
Com, diminutivo di Cometa, era la più piccola ed, evidentemente, anche la più schizzata. Scossa da mille tic, mentre una gamba batteva al suolo, una mano schiaffeggiava la sorella, l’occhio destro le si chiudeva e riapriva e il collo le si torceva verso sinistra, parlava e pensava a velocità inimmaginabili. Forse perché, a causa dei suoi continui movimenti, la luce si rifrangeva su di lei con maggior frequenza, pareva spesso risplendere nella penombra della stanza, e con i capelli bianchi simili ad ovatta e i profondi occhi blu, sembrava proprio aver rubato al cielo nuvole e colori.
Finito il loro esame mentale, le tre streghe annunciarono all’unisono che si sarebbero accuratamente occupate del particolarissimo caso di Enzo. Con un sorriso estasiato, tirarono fuori dalle minuscole borsette coltellacci, asce e motoseghe, e fecero a pezzi il povero corpo del Nautilus.
La stanza divenne presto rossa: forse Enzo non aveva inchiostro, ma di sangue ne possedeva in abbondanza. Finito il lavoro, le tre donne guardarono il macello che avevano fatto di quell’uomo; reggendo la sua testa muta per i capelli, lo ringraziarono di essersi rivolto loro e dissero che era normale aver sentito un leggero fastidio durante la procedura. Si scusavano poi, perché l’anestetico era finito nella mattinata, e l’operazione era risultata davvero urgente. Non si poteva proprio aspettare.
Enzo, dal canto suo, aggrappato alla vita come i suoi capelli alle mani di Lulu, poté solo sorridere freddamente.
Nonostante il bruciore lancinante però, si sentiva sollevato: era stato sezionato in una ventina di pezzi e avvertiva che pian piano, dal centro di quello che era stato il suo corpo, anche la sua anima ridondante di personalità e sfaccettature si stava egualmente distribuendo.
Come è facile immaginare, morì prima di poter vedere il suo più grande desiderio realizzato.

F. Camilli   La scissione del Nautilus 2 Destatesi dal torpore e dalla magia del massacro, le tre sorelle si affacciarono nell’atrio, senza una goccia di sangue a macchiare gli abiti, e iniziarono a lanciare ordini a destra e a manca: Punto sbraitò ad Isaspina, Salma, Brigitta e Nastasia, il quartetto che si occupava della pubblicità e delle relazioni con il pubblico, di sospendere tutte le richieste da lì a mezz’ora e Com andò a prendere un paio di piume nell’ufficio dell’alchimista Abarre, distogliendolo dagli studi che stava compiendo sulla creazione di un magico e misterioso codice. Intanto Lulu, seguita dai brandelli svolazzanti del corpo di Enzo Sommerso, entrò nella sala dei congressi e li adagiò ordinatamente sul tavolo rettangolare.
Dagli arti morti e dalle appendici amputate scintillarono bagliori e liquidi di ogni tipo, quando, ridendo a crepapelle per il solletico provocatole dalle sue sorelle, Punto li cosparse di polvere d’argento. Improvvisamente il pavimento tremò e, come acqua da una fontana, organi e gambe, teste, seni, sederi e occhi, dita, cuori, intestini e unghie, bocche, nasi, ginocchia e orecchie sgorgarono da ogni singolo frammento di corpo. Non in questo ordine, ovviamente.
In pochi minuti, la splendente sostanza aveva prodotto un corpo completo e funzionante attorno ad ogni organo del Nautilus. Non era importante contarli, pensarono le sorelle, perché le parti dell’anima si sarebbero scisse e addizionate ancora, a seconda degli eventi, e i nuovi contenitori avrebbero fatto lo stesso, essendo ormai solamente materiale riflesso di una sostanza invisibile.
I figli del Nautilus, le piccole parti nascoste della sua scintillante corazza, erano finalmente venute alla luce, ancora immobili, muti come il loro padre, con gli occhi spaventati di chi non conosce il mondo ma con l’affannoso respiro di chi è pronto ad esplorarlo.
Fatto il proprio dovere, Punto aveva salutato le sorelle con un impercettibile cenno del capo, si era vista rispondere con uno svolazzare di piume, aveva soffocato una nuova risata ed era tornata alle tante scartoffie che la attendevano sulla sua gigantesca scrivania.
Com si era avvicinata lentamente, e mentre scrutava i corpi appena sbocciati, i suoi capelli erano divenuti prima striati, poi grigi, poi neri, rombanti, agitati e pesanti. Con leggera indifferenza, aveva spiccato il volo. Aleggiando sulle teste della prole di Enzo, sfiorando gli alti soffitti della sala millenaria, dalla vaporosa chioma era caduto, fitto e inarrestabile, un liquido denso e scuro.
Dai capelli di Cometa era piovuto inchiostro.
Fradici e neri, i Sommersi, fu così il caso di chiamarli, avevano respirato a fondo e, sotto consiglio della strega volante, concentrandosi e contorcendosi, come spugne, assorbendo la nera ambrosia, l’avevano resa schiava della propria pelle.
Sbattendo ad ogni parete e con il volo deviato dagli insopportabili tic, anche Com si era congedata, la parrucca di nuvole di nuovo candida.

Solo Lulu rimaneva a contemplare la loro opera. Non era un capolavoro, di questo era consapevole, ma si era drogata di autostima quando si era accorta che nessuno dei corpi era uguale all’altro. Certo, avevano tutti due occhi, due mani, due gambe e un unico punto blu, contrassegnato da una voglia a forma di esse dove giaceva addormentata la parte del corpo di cui una volta avevano tutti fatto parte, ma in ciò che contava davvero, in quella sostanza aliena, invisibile e indistruttibile che li muoveva a vita, erano profondamente differenti. C’era, tuttavia, qualcosa che non andava.
Oltre alla strega, anche i Sommersi avevano avvertito una mancanza non indifferente, che non riuscivano a definire. Erano privi di qualcosa che il loro padre non aveva mai avuto, che il destino, o chi per lui, aveva creduto giusto non donargli: mancava loro la voce.
Purtroppo, per quanto potenti, neanche le tre streghe avrebbero potuto provvedere a questo, a fornire ai figli del Nautilus quell’arma così potente.
Perciò, potendo fare solo questo, Lulu aveva brandito l’aureola e, agitandola nell’aria l’aveva velocemente passata sulla testa di ognuno dei corpi. Nessuno di loro si era aspettato di sentir lettere volare nell’aria, perciò neanche avevano provato a proferire parola. La voce, lo sapevano, era un dono inestimabile di cui bramavano il possesso ma a cui in fondo non si sentivano destinati, non da soli, un regalo che forse, un giorno lontano, di nuovo uniti, si sarebbero potuti guadagnare.
Quando la magia di Lulu si fu compiuta nella sua interezza però, avevano realizzato di aver ricevuto ben più grande strumento: le braccia e i volti, le dita e le gambe si erano riempite di scritte e segni, prima sfocati e incomprensibili, via via più nitidi, poi di nuovo evanescenti e ancora scuri e definiti; parole ancora sconosciute che, direttamente dal futuro, erano apparse e scomparse alla velocità del pensiero. La strega aveva donato loro corpi che mai nessuno aveva avuto, involucri che a comando potevano rivelare il misterioso incanto del loro cuore d’inchiostro.
Compiaciuti del dono, I figli di Enzo Sommerso avevano ringraziato con un cenno e poi, guardandosi a vicenda, avevano visto dipinto gli uni negli occhi degli altri, l’obbligo dell’addio.
Lulu, infatti, aveva passato velocemente un braccio di fronte ai loro visi, ed essi erano scomparsi, confinati, soli, ai più sperduti angoli del mondo.
La strega aveva riadagiato la propria aureola sulla chioma solare, si era cosparsa le guance di fard, aveva passato sulle labbra carnose un rossetto color tramonto e taccheggiando e sculettando era tornata vicino al computer. Un nuovo trillo di campanello non si sarebbe fatto attendere.

F. Camilli   La scissione del Nautilus 3 In un luogo estraneo a tutti, Nautilus, senza più la sua corazza, aveva osservato tutto. Ora teneva d’occhio i suoi Sommersi, tutte le appendici della propria anima schizofrenica che non avevano potuto vivere in un corpo solo, a cui un’unica mente ed un singolo cuore non erano bastati, che avevano a lungo combattuto per la supremazia e che si erano presto arresi alla felicità della convivenza.
Tuttavia, vedendoli aprire gli occhi assieme, chi perso in un rudere al centro del deserto, chi nel cuore di una foresta, chi in tumultuosi mari sconosciuti, in paesi e continenti differenti, dilaniati da distanze e barriere, li sentì tutti uniti dal cuore nero e dal corpo cangiante.
Seppe, in quell’istante, che ci sarebbe stato un giorno in cui, perseguendo il comune obbiettivo della ricerca della voce, tutte le parti del puzzle si sarebbero ricongiunte e avrebbero, finalmente, gridato per la prima volta.

 

La raccolta antologica 25 Racconti emersi, di Scrittori sommersi, è pubblicato su Lulu.com da Dicembre 2007.
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