Sommersi Review: Gatti, racconto di Josè Leaci
Gatti
Racconto di Josè Leaci

Sono morto il 4 luglio del 2004.
In barba a tutte le lezioni di catechismo che mi hanno inculcato, appena morto mi sono reincarnato in un gatto.
A me che i gatti stanno pure sul cazzo.
Ho subito pensato alla zoccola che, alle scuole superiori, ci insegnava Italiano e parlava spesso di Dante e della regola del contrappasso. In effetti avevo ucciso molti gatti: non faccio per vantarmi ma nella vita ne avrò investiti quattro o cinque; un paio li ho dati in pasto al cane e uno, una volta, l’ho stritolato con queste mani perché aveva morsicato il palmo che gli offriva il cibo.
Io gli ingrati non li sopporto ma se in più sono gatti allora li schifo proprio.
A quel gatto avevo offerto protezione, vitto, alloggio e altri benefit che ora non ricordo.
In più gli mantenevo la sorella, a quel gatto, e lui mi aveva morsicato la mano perché avevo cercato di nutrirlo. È stato l’istinto: prima l’ho spiaccicato contro la parete e poi ho fatto sparire il cadavere oltre il muro di cinta.
Comunque appena morto mi sono ritrovato gatto: taglia piccola, pelo rossiccio e FEMMINA.
Per chi non lo sapesse, la reincarnazione non segue le regole che la gente spaccia in giro da secoli. Non è vero che se ci si comporta male si torna in vita nel corpo di un mulo o di un serpente per poter espiare le colpe della vita precedente. Il tragitto ha un altro significato, per esempio: nella prima vita hai la tendenza a fare cazzate? Bene: nella seconda verrai messo in condizioni di farne di peggiori. Hai un vizio in particolare che affiora su tutti gli altri vizi? Nella prossima vita la tua “dote” sarà tanto esaltata che non potrai fare a meno di migliorare.
Dagli errori si impara, punto e basta.
Quindi ecco spiegato come mai mi ritrovavo nel corpo di un animale solitario ed egoista, mangia-topi e puzzone per definizione.
Ma io all’epoca non lo sapevo. Nel luglio del 2004 la cosa che più m’importava era il campionato di calcio; la Coppa Europea giocata in Portogallo era fatalmente annegata in uno sputo, per la felicità dei Danesi. Io tifavo Italia e, una volta orfano dei miei campioni, avevo eletto il Portogallo a nuova squadra del cuore. Tutto bene sino alla finale persa da coglioni contro l’astuta Germania che, quell’anno, si era travestita da Grecia per fregare tutti e ci era riuscita.
Io avevo passato la finale a gridare: “Al ladro! Alla truffa!”. Urlavo che erano Teutonici con la maglietta ellenica, che quei froci non potevano giocare così male, che quegli altri froci non potevano fottermi il torneo…….
Fu un’apoteosi di offese costruite sul preconcetto dell’omosessualità e rivolte a squarcia gola contro tutti: gli arbitri, i Greci, i Portoghesi e quella merda di Otto Rehagel che aveva guidato undici pirati all’abbordaggio dei miei sogni di gloria.
La rabbia e la passione tradita mi fecero scoppiare il cuore davanti alla tv. Morivo da solo, bestemmiando in tre lingue e con la faccia del tedescone in primo piano, che rideva felice.
Per forza, appena morto, dovevo reincarnarmi in una bestia frocia e soffiante che non si fida di nessuno. Infatti ero diventato una gatta, ma mi piacevano ancora le donne. Appena reincarnato pensavo a me ancora in termini di uomo e di maschio: un casino pazzesco.
In pratica giravo per la città di Roma con la puzza sotto il naso nei confronti dei miei simili, chiedendomi le solite cose: chi sono - da dove vengo - dove vado, e scoprendo che tra i gatti e gli uomini non c’è molta differenza.
I gatti vogliono solo mangiare, dormire e scopare. Tutto il resto è relativo.
Roma è piena di gatti reincarnati, bestie che una volta erano persone, magari anche importanti, e che adesso sono semplici mangia-topi. Il primo che incontrai mi diede una vera lezione di vita. Da uomo faceva il muratore, da gatto era una belva di sette chili color grigio topo. Non parlò molto, mi scopò selvaggiamente infischiandosene delle mie ragioni, mi riempì di morsi sul collo e poi mi diede una sarcinata di mazzate che ancora me la ricordo.
Una specie di pazzo. Diceva che la zona era sua e che la zona era sua. Non c’è l’eco, è che diceva solo questo: “La zona è mia, la zona è mia!”;
I gatti parlano col pensiero, i miagolii sono solo fumo negli occhi per i padroni che sganciano la trippa. Alcuni gatti sono capaci di pensieri complessi perché in vita hanno letto tanto e meditato profondamente. Altri, come Coso, quello lì che in vita era stato il padrone delle acciaierie Falk, erano capaci solo di mono-pensieri.
Il gatto Coso pensava solo: “pesce”. Non è molto come pensiero ma, con la vita che ha fatto, non poteva portarsi dietro di più.
I pensieri sono come pesi, sono quintali che ti porti dentro. Se li hai rifiutati tutta la vita, non diventi capace di portarli all’improvviso.
A dirla tutta Coso pensava solo: “pesce”, ma il tono del pensato variava moltissimo. A me che gli ero simpatico diceva: “pesce”; come se dicesse: “Ciao bella! Come va? Ahahahaha, andiamo a farci una bevuta”.
Roba del genere.
Appena ha provato a scoparmi gli ho dato tante di quelle mazzate che ha rivissuto il trauma dell’incidente da cui era uscito gatto “riciclato”. Ci siamo capiti subito io e Coso e non abbiamo mai più litigato. È stata una bella amicizia, mi ha presentato lui tutti i gatti che ho conosciuto nella prima vita non umana. E mi ha insegnato a nascondermi quando arrivano i cani, a distinguere il rumore (come di foglia che rotola) che fanno con gli artigli sull’asfalto e a difendermi a unghiate stando sempre in posizione di vantaggio: benedetti alberi!
Una volta gli confidai che guardavo le donne. Mi rispose un: “pesce”; che voleva dire: “lo so, lo so,che ci vuoi fare? Molti non riescono ad abituarsi subito alla condizione felina, ma la felicità e l’armonia seguono vie che non possiamo prevedere e che non dovremmo giudicare. Guardale pure, se è questo che vuoi….”
Quando incominciavo a guardare le gatte e non le donne, mi hanno ucciso di nuovo.
La prima vita da gatto me la strappò via un levriero. C’è niente di più schifoso di una bocca smisurata di un levriero? Avranno 700 denti quei bastardi.
E non mi ha mica preso in velocità, eh? Io ero lì che graffiavo il naso ad un bestione di rottwailer talmente sfigato che nel quartiere lo chiamavamo: “Ritenta…sarai più fortunato” e mi arriva alle spalle quest’altro cane senz’anima, tutto occhi e denti, una bocca lunga un metro e mi fa fuori così.
Un male pazzesco. Morire fa veramente male.
Comunque noi gatti si porta poco rancore perché di vite se ne hanno tante e, ogni volta, la ruota gira meglio. Un po’ la pratica, un po’ l’esperienza, un po’ di presa di coscienza e ti ritrovi a fare il gatto sano bello e soddisfatto.
Abitavo in campagna ed ero felice. Come gatto c’ero solo io, ero maschio e la padrona era una romantica donna inglese, venuta a cercar quiete nell’Umbria dei vini, o era all’ombra dei pini?
Boh…chissenefrega.
Io ero uno splendido gatto quasi nero, occhi gialli, macchiolina sul petto e coda nervosa. Giocavo tutto il giorno con Pippo, un cane bastardo, inglese, poco più grande di me e zoppo per l’artrite.
A Pippo gliene ho fatte di tutti i colori. Gli dicevo: “Pippo, i Francesi!” e lui ululava come un coyote finché la padrona lo pigliava a sassate. Perché io i francesi li avvistavo sempre nel primo pomeriggio, quando l’umana andava a dormire e non voleva essere disturbata.
A volte mi mettevo un cappello stile Napoleone e lo attaccavo frontalmente. Quello era mezzo cieco e non riusciva a difendersi. Madonna quante gliene ho date; era spassosissimo.
Però, un giorno, è morto pure lui.
Chiaramente non si poteva reincarnare in un gatto, ma io sentivo che era rimasto in zona.
Come gatto godevo di grande libertà e cominciai a cercarlo nei dintorni finché, una mattina, te lo becco che gioca in una villa vicina e i suoi lo chiamano “Andrea”.
Lì per lì lo avrei ammazzato per l’invidia: lui s’era reincarnato in un uomo ed io ero ancora gatto.
Cercò di acchiapparmi subito, ma son scappato via perché noi gatti abbiamo una regola fondamentale che dice che i bambini sono tutti stronzi e, se ci giochi, finisci male tu. Loro mai.
Avevo perso Pippo ma avevo trovato una gatta. Una vera gatta arrivata da chissà dove, magra dalla fame e sensuale come Brigitte Bardot.
Insieme esploravamo tutta la collina, trombavamo come ricci e poi tornavamo stanchi e felici, a farci togliere le pulci e le zecche che ci eravamo beccati in giro.
La gatta diventò una di casa e la padrona le mise un campanellino allucinante che per una gatto è peggio che prendere le sberle dato che, se mentre cammina fa “dlìn dlìn”, hai castrato completamente la belva che è in lui.
Quella gatta pensava solo: “andiamo, ci divertiamo e poi torniamo”. Sorrideva sempre e un giorno, per seguirla, sono arrivato alla strada e mi sono fatto investire da una Fiat Uno dell’86.
Ero larghissimo. Metà del mio corpo era ancora intatta, l’altra metà copriva una superficie tripla rispetto ad un attimo prima.
Non avete idea di come puzzi un gatto in decomposizione. Per fortuna sono passate tante altre macchine e, pian piano, sono scomparso del tutto.
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