Sommersi Review: Dolce, racconto di Clara De Paoli

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Dolce
Racconto di Clara De Paoli

Dolce,
dolce,  ti sciogli in un brivido che accarezza l’ apatia,
tenti di tirare fuori la lingua per ottenere una parola.
Non distogli lo sguardo ormai statico da tempo su quello che non và.
La voglia di guardare la luce fa già sentire come il dolore della retina si stringerebbe al rifiuto di abituare l’occhio di un cieco,
l’aprire direttamente le palpebre.
Le dita sono fredde,
ma le senti,
hanno ancora voglia di muovere ogni falange, come un albero che si sbrina dopo un inverno coperto di neve. La lingua cerca nella bocca, fluisce e analizza ogni dente alla ricerca di quel dolce, speranzosa di trovare in qualche interstizio, un simile ricordo.
Si, la bocca, così strana fuori e dentro.
Fuori così capace di regalare sorrisi ma di porre tante domande appena si raggrinza e prende sembianze sconosciute a chi non sa del tuo passato. Dentro la conosci a memoria, anche se mutata tante volte, ogni volta hai fatto imparare alla lingua nuovi processi verbali, hai fatto conoscere il segno duro e appuntito che può avere un filo di sutura, un sapore nuovo, la barriera che si pone tra lei e le guance da un congegno metallico architettato da un dentista.
Di questo dolce non ti sazieresti mai, neanche quando alla mattina ti catapulti su un vasetto di cioccolata, dopo averla sognata tutta la notte in un viaggio e continuamente regalata da tuo padre.
Stringi tra le mani le barrette di cioccolato ripiene di crema alla fragola, guardi le tue mani imbrattate e avidamente le infili in bocca perché nulla venga perso.
Nel viaggio sei in una terra straniera, non sai nemmeno dove, ma la gente intorno a te ha la pelle scura e tu solo un timore continuo,
di far qualcosa di sbagliato.
Un ragazzo ti ferma e ti fa capire di doverti coprire la testa con un foulard per non correre alcun rischio e intuisci di essere in terra musulmana.
Il tuo unico scopo è trovare un accordo per non ledere la civiltà di quel paese e fuggire dall’ignoto.
Con tuo padre però, cerchi cibo,
come se dovessi permanere un tempo illimitato o saziare una fame permanente di un tubo che inghiotte qualsiasi alimento, incurante di sapori o valori nutritivi.
Tutto svanisce, quando apri gli occhi da dove eri rannicchiata, sola, in una strada polverosa e calda, sotto la minaccia di un coltello puntato alla schiena, supplichevole ad un mulatto di non toglierti la vita.
Non credo che tu ti voglia convincere di vivere, ci pensi spesso a come vivi e senti.
Senti ancora il  fiato sospeso, non sai quanto a lungo ma vedi le bolle.
I pesci e quel mondo liquido con i raggi di sole che trapassano sul tuo viso mentre agiti le braccia e pensi a quello che stai lasciando.
Non ti preoccupa quello che stai lasciando all’età di quattro anni mentre stai morendo in un laghetto, ma già sai, che non darai mai più da mangiare a quei pesci che ti stanno nuotando intorno mentre li guardi con freddezza come se stessi guardando i testimoni di un esecuzione.
Pesci rossi.
Forse è per questo che sono stati resi a supplizio in un acquario sulla scrivania.
Intrattengono la sguardo annoiato che si perde ad osservare quelle danze leggere.
Forse, avrei voluto anch’ io danzare scivolando in quello specchio d’acqua, come un narciso che ancora non ha scoperto la consapevolezza della bellezza.
D’altronde ho aiutato molti di loro, prelevando la loro vita da una piccola bolla di vetro al LunaPark, velocizzando la loro agonia.
L’agonia finiva sul pavimento del bagno, dopo un salto fuori dalla pirofila di vetro, che a tempo debito veniva utilizzata da mia madre per cuocere il pesce al cartoccio.
Prima o poi farò pace con i pesci.
Loro non sono stati gli unici a cui ho donato l’amore. Egoistico e lesionista. Ho violentato mia madre per adottare dopo ogni morte un nuovo animale. Quante volte hai interrotto il sonno di quelle creature per mostrare il loro pelo morbido e la tua destrezza nel farli camminare dentro gli indumenti?
Il circo dei freak era pronto ogni pomeriggio per i compagni di scuola.
Il tuo rifugio la loro gabbia.
Nella tana di cotone il tuo cuoricino.
Con le bambole invece non ci si gioca, le si spoglia.
Si toglie ogni singolo simbolo di femminilità e le si porta allo stato vergine per renderle più simili alla bambina che non si sente tale.
Ogni nuova bambola ricevuta in dono, sinonimo di una nuova rivalità.
Una nuova damigella da aggiungere alle altre e relegare in un angolo della stanza, senza mai il privilegio di giocarci.
Loro, il pubblico ammaliato dalla bravura nelle costruzioni in mattoncini. Schiave della loro perfezione plastica, hanno il diritto solamente di tagli di capelli e mutazioni.
Mutazione in fondo è sinonimo di te stessa, ma lo neghi come fossi una mela OGM, prodotta nel Trentino, ma senza il diritto di portare un marchio di alta qualità.
In Alto Adige, è pieno di meleti gelosamente custoditi da contadini che indossano il grembiule blu per distinguersi  dalla popolazione italiana, ma chiunque passi tra le stradine colme di alberi da frutto, può cogliere a suo gradimento la mela che più gli piace.
Nessuno sa, se la mela colta è modificata.
Ancora non è passata sotto un controllo rigoroso o corrotto.
Per non sbagliare e cogliere le mie simili, facevo razzia con uno zainetto in spalla, dileguandomi in sella alla mia bicicletta e divertendomi a far volare soffioni sfioriti di bocche di leone.

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Dea sente qualcosa stringere i suoi polsi.
Vuole aprire gli occhi.
E’ come se già sapesse, che, aprendoli alla realtà, si ritrovi in un lettino candido dalla montatura di ferro.
Lì non ha scampo di uscire.
Viene svegliata da un’imponente figura con un abito azzurro e bianco, sembra quasi un angelo, se non fosse che, dalle labbra dell’angelo esce una voce con un ordine pari ad un comandante di armata russa.
“Infilati questo termometro dobbiamo misurarti la febbre!”
E’ così che Dea, apre gli occhi e viene catapultata nella realtà dove credeva di trovarsi comunque.
Oltre ai polsi legati da dei polsini di spugna per non lesionare la pelle, si rende conto che anche le gambe sono impossibilitate da un qualsiasi movimento.
Distese e aperte, longitudinali alle sbarre del lettino, sono legate ugualmente ai polsi da dei stretti lacci con fiocchi fatti quasi con amore.
Ora si rende conto perché credeva di non avere più le gambe.
Ogni mattina prima ancora che sorga il sole, la scena si ripete, un freddo termometro viene a misurare lo stato di calore del suo corpo.
Lei sa, che nessun mercurio potrebbe mai misurare il freddo che stagna tra quelle lenzuola e che ormai sanno di fetido.
Lenzuola macchiate da disinfettanti, antibiotici, flebo staccate male, thè rovesciato negli unici momenti di polsi liberi.
Può sembrare strano ma l’unica cosa che desidera fare quando ha questa libertà è di potersi grattare in tutte le parti del corpo.
Una mattina gli occhi di Dea si aprono a causa di strattoni alle caviglie.
Incredula vede  che stanno liberando le sue gambe.
Le mani le erano state liberate da qualche giorno e ormai aveva preso confidenza con la tazza e la cannuccia di plastica che venivano appoggiate sul comodino.
L’ora del thè era scandita.
Lo si capiva dalla voce comandante di una infermiera che ordinava: “Bevi! Devi bere tanto se vuoi uscire di qui!”
Comunicare con i propri piedi, è un processo di coscienza di una parte del corpo, che pare disti dalla tua testa, quanto la sensibilità di un infermiera che detta ordini ad una bambina di sette anni.
Primo ordine: “Metti giù i piedi dal letto!
Secondo ordine: “Ti portiamo fino fuori la stanza!”
Nella testa di Dea iniziarono una serie di domande normali ma alquanto assurde: “Come faccio a mettere giù i piedi se non li sento?”
Dopo un’ora, accanto al letto ci fu finalmente il momento eroico di primi passi trascinati su linoleum dai riflessi grigi, quei grigi che nemmeno le giornate di pioggia possono dare.
Quando Dea passava il suo tempo nel lettino di quell’ospedale faceva spesso il suo gioco preferito di concentrazione.
Solo lei lo sapeva fare.
Con la forza del pensiero e concentrazione della mente, tanto da farsi venire il mal di testa, riusciva ad innalzare il suo corpo e volare nuotando nell’aria come i pesci sanno fare nell’acqua.
Una leggerezza che faceva avanzare il corpo con semplici bracciate.
Questa capacità faceva sempre arrabbiare gli altri bambini che le urlavano solamente di scendere e di ritornare tra loro a giocare.
L’unica preoccupazione era che, quando avveniva questo miracolo, non riusciva più a scendere.
Volendo, alzandosi da quel lettino con i piedi ancora rattrappiti, avrebbe potuto concentrare la sua mente per volare, anziché, concentrarsi per una comunicazione con il corpo, che andava dalla vita in giù.
Ciò nonostante, non ci fu gioia maggiore, che poter vedere la tazza del bagno e liberare gli intestini, dopo sforzi di interi giorni, passati a cercare di rilassarsi davanti gli sguardi di occhi nella stessa stanza di ospedale.
Tutto questo, non le andava di raccontarlo come scusa al suo ragazzo, che le stava legando i  polsi in un nuovo gioco erotico di bondage.
Un po’ era abituata a quei giochi di schiava/padrone che le davano un senso di complicità deviata e la mettevano in gioco con i suoi limiti.
A lei piace giocare con se stessa.
A lei piace essere il desiderio di qualcuno.
Ma a Dea non piace spendere lacrime per il passato e così ruppe il gioco di forza tra i suoi polsi e il suo padrone.
Si sentiva più padrona quando aveva l’estremo possesso del pene di lui.
Possesso dato dalla sua bocca  nel tragitto durante il quale lui guidava per portarla al mare.
Schiava quando impotente non riusciva a ottenere da lui un bacio al ritorno dal lavoro.
Schiava.
Ma questa è solo una delle parentesi, che Dea scambia perennemente per AMORE.
E scrivo AMORE maiuscolo perché so che mai Dea vorrebbe che la parola AMORE fosse scritta piccola se la si usa per il significato che lei da a tale parola.


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