Sommersi Review: Alda Teodorani o La signora delle torture
Alda Teodorani o la signora delle torture
Intervista
a cura di Ilaria Mazzeo e Paola Boni
Le storie di Alda Teodorani assomigliano ad alcuni dei miei incubi più profondi, ha detto Dario Argento.
Non esiste migliore presentazione per quella che è unanimemente riconosciuta come la regina della letteratura horror italiana.
Esordisce con il racconto Non hai capito nell’ambito dell’antologia Nero Italiano – 27 Racconti Metropolitani (Mondadori, 1990) in cui compaiono, tra gli altri, Carlo Lucarelli e Giancarlo De Cataldo, anch’essi agli inizi delle loro brillanti carriere di scrittori.
Proprio con Lucarelli, Alda Teodorani fonda, nei primi anni Novanta, il “Gruppo 13”, che mette insieme altrettanti autori (tra cui Loriano Macchiavelli e Marcello Fois) con il fine di promuovere anche in Italia un genere letterario, il noir, allora ben lontano dai fasti attuali.
Anche dopo essersi trasferita a Roma dalla natia Emilia-Romagna continua individualmente il suo percorso di scrittrice, con la pubblicazione di numerosi racconti e romanzi, tra cui Giù, nel delirio (Granata Press, 1991), il racconto E Roma piange nell’antologia-cult Gioventù Cannibale (Einaudi, 1996), Labbra di Sangue (Datanews, 1997), Sesso col coltello (Stampa Alternativa, 2001), Organi (Stampa Alternativa, 2002), Belve (Addictions, 2003), Incubi (Halley Edizioni, 2005).
Il suo ultimo romanzo, Sacramenti, è uscito per Mondadori il 3 Aprile scorso insieme alla terza ristampa della trilogia di racconti Le radici del male (originariamente pubblicata da Granata Press nel 1993), in un unico volume dal titolo I Sacramenti del Male.
Cosa troverete ne I Sacramenti del Male?
“Una psicosi sotterranea e blasfema che spinge verso i più agghiaccianti abissi della perversione. Un fotografo talmente immerso nella polimorfa visione della morte da sublimarla in una eccitazione erotica tanto inarrestabile quanto demente. Una pittrice estrema il cui immaginario può esprimersi solo nella rappresentazione dell’orrore allo stato puro. Un assassino di professione che vede il confine tra affari e amore farsi sempre più labile. E sempre grondante di sangue.”
Alda Teodorani ci ha accolto nella sua casa di Roma, concedendoci un’intervista che ha la finalità principale di cercare di carpirle alcuni segreti del mestiere di scrivere.
Conoscere di persona uno scrittore, dopo averne apprezzati i libri, può rivelarsi un’esperienza deludente a causa della talvolta incolmabile distanza tra la sua arte ed il suo (scarso) spessore umano. Non è il caso di Alda: conversare con lei è interessante almeno quanto immergersi nelle atmosfere suggestive ed oscure delle sue opere; l’impressione è quella di trovarsi davanti ad un’autrice che si dà totalmente e senza filtri ai suoi lettori, una creatrice di storie e personaggi che, nascendole dentro, si concretizzano nella parola scritta senza alcuna transizione tra cuore e carta.
Alda, quando hai iniziato a scrivere e come hai capito che questa tua passione sarebbe diventata per te una vera professione?
Ho cominciato a scrivere alla fine degli anni Ottanta. Dal momento in cui ho iniziato a creare i primi racconti in maniera organica - prima avevo scritto solo cose sparse, molto personali, di cui non è rimasta nessuna traccia - ho quasi subito iniziato a pubblicare.
Ho sempre avuto una visione romantica della figura dello scrittore: si tratta di una professione che nell’immaginario collettivo è vista come qualcosa di molto bello e interessante, e in effetti è vero, diversamente da quanto avviene per altri lavori, come quello del patologo legale tanto diffusa dai telefilm CSI, che sembra chissà che e invece è una cosa terribile!
L’attività di scrittura può essere vista in due modi: da una parte è intesa come lavoro che permette di vivere della propria arte; dall’altro lato, per aspirare ad essere veri scrittori, c’è la necessità di organizzarsi in maniera diversa, non amatoriale ma professionale.
Per essere “professionisti della scrittura” bisogna rendersi conto che c’è da superare un limite, quello che separa la propria voglia di scrivere, quel che piace a te, da quello che si presume possa appassionare anche altri. Anche se il tuo lettore ideale è una persona simile a te è comunque un’altra persona: si fa un passo in avanti quando si smette di scrivere solo quello che piace a te per venire a patti con i gusti dei lettori.
Esiste poi un altro tipo di scelta da fare: posso continuare a fare il postino, e poi scrivere i racconti, oppure dedicarmi solo alla scrittura, anche in senso lato. Io, per esempio, mi occupo di ufficio stampa, di traduzioni, ovviamente scrivo i miei romanzi e i miei racconti, vado in giro a fare presentazioni, tengo corsi di scrittura.
Se si vuole scrivere, e lo si vuole veramente, arriva un momento in cui si deve fare una scelta tra andare la sera in discoteca, vedere le amiche, procurarsi un marito, decidere di comprare una casa, o scrivere, anche perché si tratta di un mestiere che dà un reddito non paragonabile a quello, che so, di un bancario.
Penso che per essere un vero scrittore sia necessario mettere la scrittura al primo posto nella propria vita.
Ai tuoi esordi hai fatto parte di un gruppo di scrittori di libri gialli e noir, il “Gruppo 13”. Quali erano le vostre finalità? E, considerata la natura individuale del lavoro di scrittore, che senso attribuisci al costituirsi in gruppo?
Quando ho conosciuto Carlo Lucarelli lui stava per pubblicare il suo primo romanzo, Carta Bianca. Si era appena laureato con una tesi sulla Repubblica di Salò.
Eravamo accomunati dalla volontà di poter scrivere e diffondere il nostro lavoro, per questo ci è venuta l’idea di proporre ad altri la formazione di un gruppo di scrittori, il Gruppo 13. La nostra intenzione era quella di promuovere nella nostra realtà emiliano-romagnola un gruppo di autori noir, alcuni dei quali erano poco conosciuti, altri già affermati: Loriano Macchiavelli era già famoso, poi c’erano altri, come Marcello Fois, che invece erano agli esordi. Nel gruppo c’erano anche un paio di disegnatori.
Volevamo proporre agli editori del buon materiale attinente al giallo, ad esempio realizzando antologie, e poi lo scopo era anche quello di aiutarci a vicenda, scambiandoci contatti utili; alla prima riunione ricordo che c’era anche Luigi Bernardi, il fondatore della casa editrice Granata Press con cui io stessa ho pubblicato in seguito due libri.
L’esperienza del Gruppo 13 per me è finita quando, anche per motivi personali, me ne sono andata dall’Emilia-Romagna: per me farne parte aveva senso finché potevo incontrare gli altri, stare insieme a loro, organizzare letture e presentazioni.
Più di recente, nel 1994, si è formato a Roma il movimento NeoNoir. Non si tratta di un gruppo vero e proprio, ma di un progetto che si è sviluppato in base al principio di voler narrare “con gli occhi di Caino”, cioè dal punto di vista dell’assassino, nella sua soggettiva, come nei film di Dario Argento; voleva essere un esperimento che raccogliesse i fautori di un certo tipo di narrativa, e in cui potessero entrare anche sporadicamente autori che, in altro modo, non avrebbero mai avuto spazio: grazie alle antologie NeoNoir tanti scrittori, anche esordienti, hanno avuto modo di esprimersi.
Penso che chi voglia scrivere meriti sempre possibilità di farlo: vedere il proprio racconto pubblicato può essere una spinta per trovare la forza di andare avanti.
Ti dà fastidio essere catalogata nell’ambito di un genere specifico, l’horror? Come mai hai scelto questo genere?
Non mi dà fastidio essere definita “scrittrice horror”, perché si tratta di un genere che mi piace veramente tanto, anche come lettrice, e in cui mi identifico.
Nelle tue opere ricorre il punto di vista dell’assassino, il cosiddetto “occhio di Caino”. L’effetto, molto spesso, è quello di privare il lettore di ogni punto di riferimento, a causa dell’impossibilità di identificarsi con i personaggi descritti. Perché questa scelta?
Nelle trame dei miei libri non si trova il tipico dualismo legato alla lotta tra bene e male, è per questo che risultano spiazzanti.
Le mie storie parlano della parte più bestiale e sommersa delle persone, per rispondere alla mia voglia di colpire il lettore, ma senza stratagemmi. Parto dal presupposto che, se quel che scrivo mi emoziona, emozionerà anche chi legge. Quello a cui tengo di più, scrivendo, è proprio creare qualcosa che mi piaccia, ma senza calcolo. E’ così che vedo la differenza fra chi, come me, cerca di scrivere con le emozioni e chi invece lo fa soprattutto col cervello.
Nella stesura dei tuoi libri segui un determinato metodo, ad esempio scrivendo per un certo numero di ore al giorno, o ti affidi maggiormente all’ispirazione?
Nel lavoro di scrittura sono importanti sia l’ispirazione che il metodo; io, però, credo che non si debba scrivere per forza: non mi metto al computer se non mi va di farlo. Tengo sempre conto degli spunti che giudico interessanti, ma non sempre inizio subito a scrivere: lascio che le idee mi maturino dentro, e che escano al momento opportuno.
Ci sono una o più persone a cui fai leggere le tue opere prima di sottoporle ad un editore? Che peso ha la loro opinione?
Ci sono alcune persone a cui faccio leggere i miei manoscritti: sono come assaggiatori delle mie storie. Ma non è mai successo che io abbia modificato qualcosa in base ai suggerimenti di qualcuno: non è mai stato necessario. È una scrittura maturata a lungo, che non modifico mai durante la stesura, scrivo in una specie di flusso di coscienza, ed è raro che io sappia in anticipo come finirà una storia.
Non rimaneggio mai molto quel che scrivo, anche perché con l’esercizio si arriva a mediare sempre più efficacemente tra quel che viene dal cuore e quel che si crea, e ho anche lavorato come editor: è una cosa che ti fa davvero crescere, come anche la traduzione.
Come definiresti il mercato editoriale italiano?
L’editoria è una questione puramente commerciale. I grossi editori pubblicano esclusivamente quel che sanno di poter vendere, mentre gli editori indipendenti, avendo minori spese di gestione, possono permettersi di pubblicare anche libri più “di nicchia”, ad esempio di scrittori che, come me, scrivono racconti e romanzi horror. Per uno scrittore di genere è meno difficile pubblicare con i piccoli editori anche perché spesso cercano di differenziarsi, focalizzandosi su un genere specifico.
Una figura molto importante, poi, è quella dell’agente letterario: un autore, anche emergente, che abbia un agente importante, può riuscire a pubblicare con grandi case editrici.
Per definire la struttura del tuo ultimo romanzo, Sacramenti, hai utilizzato come schema i sette sacramenti della religione cattolica. Come mai?
Sacramenti è un romanzo molto meno violento di altri che ho scritto; è soprattutto una storia d’amore, straziante.
Prima di scriverlo ho letto molti testi fondamentali sul comportamento e sugli archetipi, perché il mio obiettivo era quello di dare alla storia una forte valenza simbolica; è per questo che al suo interno sono ravvisabili tutti i sacramenti della religione cattolica – vorrei far notare che non si tratta di uno schema, ma semplicemente di usare il simbolismo religioso come chiave interpretativa e anche come cornice.
Tu sei docente di un corso di scrittura creativa presso la Scuola Internazionale di Comics di Roma. Alcuni sostengono che i corsi di scrittura siano inutili o addirittura dannosi; secondo te a cosa servono?
Come ho già detto, ritengo che chiunque voglia esprimersi debba averne la possibilità, ed i corsi di scrittura sono un mezzo per riuscirci.
Ai miei allievi fornisco delle tecniche, ma soprattutto l’incoraggiamento e la forza per andare avanti. Purtroppo in alcune scuole non si fa altro che presentare i lavori di alcuni scrittori famosi come prototipi da imitare: non si spiega cosa serve per scrivere, quali sono gli ingredienti, ma si forniscono esempi prefabbricati da seguire.
Le scuole di scrittura devono dare modo di capire qual è il genere più consono, ammesso che ci sia; qual è la struttura da dare al racconto o al romanzo; come fare per rendere più efficaci il tipo di scrittura o stile; tutto questo insieme ad una buona dose di autostima, che serve per andare avanti. La fiducia, la fiducia in se stessi è davvero qualcosa di fondamentale.
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