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Gruppo di Lettura: Come su un solco di Morrison Hotel di G. Criscuolo

Come su un solco di Morrison Hotel

di Giordano Criscuolo
Arduino Sacco Editore
110 pp, € 12,00

Recensione a cura di Miriam Mastrovito

Penso che uno dei più grandi pregi di uno scrittore consista nella capacità di suscitare emozioni. Giordano Criscuolo questa capacità la padroneggia molto bene e ce ne da ampia dimostrazione nel suo “Come su un solco di Morrison Hotel”.
Voce narrante di questo romanzo è Cristiano, un ventiseienne che si racconta attraverso un blog di “maispeis” e una serie di e-mail inviate all’amico Giovanni.
Una sorta di diario virtuale che, a volte pesca nei ricordi adolescenziali del protagonista, ma che più spesso scava nel presente evidenziandone il male di vivere.
Al centro del suo microcosmo c’è Alice, l’affascinante violinista con la quale convive. “Lei non ha difetti. E’ bellissima, profuma di crema ai micro-oli di frutti e burrocacaco, quando parla sembra uno spettacolo teatrale firmato Gaber-Luporini, è sensibile e profonda come la più bella delle ballate di De Andrè, è dolce e violenta come Starway to heaven…” (pag. 26).
Così la vedono i suoi occhi da innamorato regalandogli un idillio che, però, comincia a franare con l’arrivo di Piero. In principio è solo un amico comune ma, pian piano, Cristiano si accorge che ha una particolare intesa con la sua ragazza, inizia a considerarlo un rivale e sente vacillare le sue certezze.
In un momento di profonda crisi, affiorano i ricordi e prepotente emerge la nostalgia per gli anni dell’adolescenza. La prima vera delusione d’amore, infatti, lo pone di fronte alla consapevolezza di essere cresciuto e allo stordimento che una simile presa di coscienza comporta.
“Ecco cos’è” scrive Cristiano in un post, “forse ho davvero bisogno di svestirmi della mia adolescenza, di mandare in pensione i vestiti che ho indossato per troppo tempo per il solo gusto di essere Grunge e che ancora hanno il profumo del 1997, del 1998, del 1999” (pag.21).
A colpire è soprattutto la solitudine di questo ragazzo che, pur essendo circondato da amici, non riesce ad aprirsi realmente e a comunicare con loro.
“E ora a chi parlo del mio male, a chi comunico il mio dolore? Chi raccoglierà questi sassi e li infrangerà rendendoli sabbia per farli scivolare dalle mie mani?” (pag. 47).
L’urlo di dolore viene affidato a un blog, messaggio in bottiglia nel mare del web, e alla corrispondenza con Giovanni che, tuttavia, rimane unilaterale giacché dall’interlocutore non giunge mai risposta.
Una storia realistica, amara che si tinge di toni forti quando gli eventi precipitano e, per effetto di una svolta inattesa, i riflettori si spostano sul dramma della tossicodipendenza.
Attraverso una narrazione in perfetto equilibrio tra un linguaggio diretto, dissacrante, che a tratti rievoca lo stile della “beat generation”, e una prosa intrisa di poesia, l’autore ci regala un’esperienza che è sì l’esperienza di un singolo ma nella quale è facile riconoscersi qualunque sia la generazione d’appartenenza.
Un romanzo che fa vibrare le corde dell’anima tanto più perché riesce a trasmettere un gran senso di speranza poiché, se è vero che ci racconta di dolore e di morte, è anche vero che, infine, si rivela un bellissimo inno alla vita.



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