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“Come infinita è stata quella notte” di Giovanni Fagà

Come infinita è stata quella notte

di Giovanni Fagà

Secondo classificato al Concorso Letterario “L’ARCA” – Anno 2010 (Prima Edizione)

Nella notte tra sabato e domenica, fuori sta per nevicare lo sento dall’odore, mi sveglio con i piedi gelati. La coperta è troppo corta e in camera non ci saranno più di quindici gradi. Mi alzo e infilo i piedi nelle ciabatte di pelle marrone; sono orrende e prima o poi mi dovrò decidere a farle sparire. Mi ricordano quelle di mio padre, consunte e puntellate di macchie di grasso (come un cane, hanno passato una vita intera davanti alla tv). In cucina trovo la finestra socchiusa. L’ho dimenticata aperta ieri sera, dopo aver ridotto in cenere quella poltiglia di patate e pancetta che cercavo di cuocere. Adesso sento l’odore della neve, un fiotto di ossigeno cristallino che mi congela le narici, salendo su fino all’ippocampo. Chiudo la finestra e mi siedo piano piano. La schiena mi fa un male cane e i punti tirano sui labbri della ferita. Mi sembra di avere un costume addosso e di potermelo togliere in qualsiasi momento, uscendo da quello squarcio sulla schiena. Il freddo lenisce il dolore, ma butto giù anche un paio di compressine colorate.

In salotto ho lasciato un macello. C’è del sangue rappreso sul tavolino di vetro e qualche schizzo sul divano. Domani chiederò alla tizia del piano di sotto come si tolgono le macchie di sangue dai tessuti, di solito sa sempre tutto. Ho provato con acqua e sapone ma ho peggiorato le cose, adesso sembra un Pollock. Il chiodo l’ho strappato e devo averlo sparato con un calcio da qualche parte. Era arrugginito e infilato tenacemente nelle assi di legno che ho trovato dietro i mattoni.

Una settimana fa, mi era sembrato un lavoretto facile. Giocavo con la mia palla da tennis sulla parete del salotto, tiro rimbalzo presa, tiro rimbalzo presa. Da piccolo lo facevo in continuazione, poi mia madre irrompeva in camera e mi urlava addosso così forte da farmi tremare i denti. Adesso non c’è nessuno che venga a togliermi dalle mani quelle palline pelose con la riga bianca. Le tiro contro il muro, le guardo tornare indietro con matematico servilismo, le uso come anti-depressivo. Tiro rimbalzo presa. Mi sono accorto che c’è una sezione della parete che suona diversamente, come se fosse vuota dietro. Meticoloso, prima con la pallina e poi con le nocche, ho capito che in quel punto c’era una porta. Qualcuno aveva murato il passaggio con l’appartamento adiacente. Per quanto ne so, è vuoto da anni. Tutto il palazzo cade a pezzi, ci vivono solo vecchi che sbavano sulle maniche delle badanti e quarantenni divorziati in piena crisi paranoide, come il sottoscritto.
Insomma me ne stavo sul divano, sgranocchiando anacardi, e dovevo essere alla quarta birra quando mi è venuta voglia di prendere a martellate il muro. In tv c’era un tizio che tentava inutilmente di apparire senziente, com’è di moda ultimamente. A me, tutti questi mammiferi in preda all’opinionismo recidivo mettono voglia di sfondare pareti. Così ho preso un pennarello e ho disegnato un rettangolo sul muro bianco, cercando di seguire il profilo del suono ovattato che producevo battendo con il fondo della bottiglia. Erano le due del mattino, troppo tardi per aprire un varco con il martello, così mi sono messo a grattare via l’intonaco. La parete è bianca (era bianca, adesso sembra albume) e vedere tutte quelle scaglie di vernice saltare quando ci infilavo il cacciavite mi dava una sensazione di piacere. Ho seguito il segno del pennarello, poi ho preso una spatola per stucco e mi sono messo a togliere tutto quello che c’era nel mezzo.

Otto mesi fa, sono tornato a casa dopo il lavoro e ho trovato un biglietto sul tavolo della cucina, sotto una teglia in pirex piena di pasta fredda e incollata. Sul biglietto, a matita, c’era scritto: La tua ultima cena. Fottiti. L’armadio era vuoto, i cassetti aperti e tutte le mie mutande giacevano sparse sul letto, come uccelli morti. Si era portata via la sveglia sul comodino (regalo di due anni fa), lo spazzolino ingiallito (perché non butti quella schifezza nel cesso?), il detergente intimo ‘rosa canina’, tutti i CD di Ben Harper (non dire cazzate, il migliore è-e-rimarrà Welcome to the Cruel World) e il suo violoncello. Il suo dannato violoncello a forma d’infinito, come infinita è stata quella notte, in cui ho staccato la pasta pezzo per pezzo, ho letto il biglietto fino a quando non mi è sembrato tutto uno scherzo, l’ho chiamata al telefono e mi sono messo a piangere sulla segreteria come un patetico idiota.

Due giorni fa sono arrivato al muro di mattoni. L’ho colpito come se volessi abbattere l’edificio. Erano ancora le due del mattino, e ‘fanculo ai vicini. Dietro ai mattoni ho trovato delle assi di legno, inchiodate allo stipite della porta. Ho divelto i chiodi come un arrogante dentista ricco sfondato, fino a che non ho potuto strappare le assi e rivelare il battente. Mi sono inginocchiato, la schiena sullo stipite e la camicia inzuppata di una pasta di sudore e polvere, gli occhi che bruciavano. Sono rimasto lì un po’, a pensare a tutti quei mesi in cui le avrei voluto chiedere una sigaretta, parlare di noi-morti-e-sepolti o di come si suona bene Britten la mattina presto in autunno. Quando mi sono rialzato, il chiodo mi si è infilato dentro la schiena e mi ha aperto una ferita di cinque centimetri. Ho sentito il rumore della pelle che si apriva, i tessuti sottostanti dilaniati da un piccolo oggetto portatore di morte. Ho urlato, ma credo anche di aver visto piccoli fiori neri sbocciarmi ai margini del campo visivo. Sono andato in bagno con le mani premute sulla ferita, mentre sentivo il sangue scivolarmi tra le dita e colarmi sulle gambe. Poi devo essere tornato in salotto, anche se quella parte la ricordo meno chiaramente. Comunque il sangue sul divano c’è davvero. All’ospedale mi hanno messo sette punti. Il dottore era un tizio magro e con le mani piene di anelli. Mi ha guardato come se avessi un segreto da confessare e poi ha chiesto all’infermiera di sedare il paziente. Il paziente sedato si è fissato sulla scollatura dell’infermiera, ma nella sua testa galleggiavano immagini di mattoni e chiodi arrugginiti. Dopo un paio d’ore, mi hanno dato una boccetta piena di antidolorifici e accompagnato all’uscita. Quando sono arrivato a casa era quasi l’alba e c’era la nebbia in tutto il quartiere.

Ho passato il primo giorno a letto, ascoltando i vasi sanguigni intorno alla ferita pulsare e veicolare piastrine verso i tessuti morenti. Ho dormito e ascoltato musica, due cose che non facevo da mesi. Ieri ne avevo abbastanza di tutti quei sogni in cui la incontro a un concerto, ancora con le valigie in mano e insieme a uno che vorrei prendere a calci. Mi sono alzato e sono andato in salotto. Ho girato il divano verso la parete e mi sono sdraiato, cercando di non alterare il delicato equilibrio che i sette punti mantengono con silenziosa risolutezza. La porta è di legno, coperta di un sottile strato di polvere. Il muro le disegna intorno una cornice spezzata e irregolare, sembra che stia per crollare tutto da un momento all’altro. Sono rimasto immobile fino all’ora di cena, aspettando che le ombre del crepuscolo mi portassero via i colori. È stato allora che ho pensato a tutto il tempo bruciato sull’altare della mia vita, al giorno in cui le ho chiesto di sposarmi, alle mie sconfitte e alle piccole esplosioni di sesso che ci concedevamo nel mezzo della notte. Mi sono alzato e ho preso in mano il martello e il cacciavite. Adesso il muro è più regolare e c’è spazio sufficiente per andare dall’altra parte.

Sono le tre del mattino. Mi fa male la schiena e penso che prenderò un’altra di quelle compresse miracolose. Fa freddo, mi butto addosso una coperta e vado in salotto. Accendo la tv, solo per sentire qualcuno che parla o ride o piange o sbraita. Appoggio l’orecchio al battente della porta, lasciando la sagoma del padiglione auricolare nella polvere e aspettandomi di sentire chissà cosa. Non sento nulla, ovviamente. Credo che la aprirò. Per curiosare, per fare qualcosa. La maniglia è gelata e quando la giro cigola come un’altalena. Mi aspettavo di trovarla chiusa a chiave, invece si muove faticosamente su cardini vecchi come il mondo. Dall’altra parte è buio pesto. Recupero una torcia in salotto e la accendo, proiettando il fascio verso l’oscurità. C’è un muro a un paio di metri, sembra un corridoio. L’aria è stantia, odore di casa di riposo e tappezzeria ammuffita. Quando entro, vedo alla mia sinistra quello che potrebbe essere l’ingresso dell’appartamento. Dall’altra parte, il corridoio termina su una doppia porta dalla quale si accede a una sala da pranzo. Il fascio di luce taglia velocemente un tavolo, un quadro sulla parete, una credenza, l’angolo di una poltrona di velluto. Entro camminando piano e ignorando il dolore alla schiena, che precipita a spirale verso la ferita calda e ancora umida. Spero che non riprenda a sanguinare. Il quadro alla parete è brutto, un oggetto piccolo borghese grigio e triste. Mia madre ne aveva uno simile in casa, poi un giorno lo staccai mentre lei era fuori e le comprai Mattina a Cape Cod di Hopper. Fu contenta e credo che il quadro sia ancora appeso nella casa dove sono nato.
Dalla sala da pranzo si accede alla cucina. Il cono di luce si adagia su mobili color pastello, un lavello di acciaio, un forno con il vetro scheggiato. Al centro della stanza c’è un tavolo in formica. Sul tavolo in formica c’è una pirofila. Mi avvicino con la bocca asciutta, deglutendo la poca aria che trovo. La tua ultima cena. Fottiti, c’è scritto sul biglietto. Sono curioso di sapere cosa c’è per cena. Tolgo il coperchio alla pirofila e un mucchietto di palline da tennis cade ai miei piedi, rimbalzando sul pavimento e lasciandomi nelle orecchie quel suono. Tiro. Rimbalzo. Presa.


Giovanni Fagà vive a Milano, dove è nato trentasette anni fa.
Nel tempo “occupato” svolge la professione di ricercatore, come biologo molecolare. In pratica è in borsa di studio da quando è venuto al mondo; ma il suo lavoro gli piace.
Impiega gran parte del tempo “libero” a scrivere. Non ne può più fare a meno: la pagina bianca è una cosa straordinaria.
Ben Harper e Hopper gli piacciono veramente.
Cura un blog all’indirizzo thedoublestrand.blogspot.com

La composizione grafica delle immagini è a cura di Flavio Camilli.

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Inserito: 8 aprile 2010, 13:33

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