Alessandro Boni: L’intuizione di Simone
L’intuizione di Simone
(Racconto)
Mi guardò dal basso verso l’alto e mi chiese: «Tu sei invidioso?».
«Io? Ma cosa dici», risposi stupito.
«Sì, tu sei invidioso degli incipit dei romanzi famosi!», insistette con quel suo piglio deciso.
«Gli incipit dei romanzi famosi… invidio cosa? L’incipit? Ma se non sai nemmeno cosa vuol dire!».
«E invece sì che lo so!», ribatté imbronciato.
«Va bene signorino, ma non credo proprio di essere capace di invidiare, poi solo l’incipit di un romanzo men che meno», dissi, «e poi provare invidia non è una cosa bella e non la si dovrebbe fare!», lo ammonii.
Chissà chi gli aveva messo in testa una cosa simile, certo che quell’innocente accusa piovuta dal cielo mi aveva spiazzato e fatto sorgere un dubbio. Non ci avevo mai pensato, e se fosse vero? In fondo il fantastico dialogo che apre Oceano Mare tra il Professor Bartleboom e Dira, la bambina della locanda Almayer che accoglie lo spaesato ospite, l’ho sempre amato. Non nascondo di aver invidiato almeno una volta Baricco per aver scritto uno di quei romanzi che adoro rileggere e, soprattutto, per aver avuto l’intuizione di quell’incipit con quello scambio di battute geniali, deliziose e brillanti, talmente belle che mi son detto “cavolo avrei voluto scriverle io ‘ste cose!”. Ero talmente preso dalla riflessione che andai a riprendere il libro ma poi, sfogliandolo, mi accorsi che quelle paginette splendide che si erano fissate indelebilmente nella mia memoria come un qualcosa di prezioso non erano l’incipit. Oceano Mare non inizia così!
L’invidia c’è, ma manca l’incipit. Simone si sbagliava, io non ho l’invidia dell’incipit, non sono affatto invidioso… o forse sì?
E perché mai dovrei esserlo, per quale motivo dovrei invidiare anche quell’altra apertura memorabile, che da sempre mi incanta per l’immensa conoscenza e bellezza che riesce a svelare con le sue parole, con cui Umberto Eco incomincia l’eccezionale Il nome della rosa. Forse semplicemente perché quella splendida descrizione del portale della chiesa dell’abbazia benedettina, dove è ambientata la misteriosa e affascinante vicenda medievale, è una summa di storia dell’arte, teologia e filosofia che amo da sempre.
Ma forse a ben vedere nemmeno quel fantastico libro inizia così… e infatti!
Cominciai a pensare di non provar invidia per gli incipit ma di sapermi innamorare di pagine sparse tra le storie raccontate nei romanzi. Più mi arrovellavo nel cercare un incipit da invidiare e più non mi veniva in mente nulla degno di nota. Mi sentii quasi più leggero, rasserenato da questa riflessione.
Pensai di dirlo a Simone togliendomi anche la curiosità sul come mai mi avesse chiesto questa cosa.
Andai in camera sua ma lo trovai addormentato in mezzo ai soldatini, abbracciato a Yoghi e agli altri peluches. Lo misi a letto e gli rimboccai le coperte, dormiva un sonno profondo come solo i bambini spensierati sanno avere.
Ma poi guardando la sua stanza di bimbo, i suoi giochi, i suoi disegni e soprattutto quel poster dei Peanuts, mi accorsi che Simone aveva ragione.
C’era disegnato Snoopy, il cane di Charlie Brown, seduto sul tetto rosso della sua cuccia intento a battere sui tasti di una macchina da scrivere; sopra la testa una frase in grassetto recitava: “Era una notte buia e tempestosa”. Era l’incipit con cui Snoopy iniziava tutti i suoi romanzi. Ed è fantastico, irripetibile, è una sorta di formula magica. Come non posso esserne invidioso. Charles Schulz ha avuto un’intuizione geniale, forse banale, ma che svela un mondo dove ogni cosa può accadere. È un incipit fantastico perché dopo quelle sei parole ci puoi mettere qualsiasi cosa, tutto va bene dopo una frase del genere. È la chiave, il passepartout per immaginare un viaggio, una bella favola o un romanzo d’avventura, come uno d’amore, una spedizione tra le stelle o un avvincente giallo. È la chiave di volta, l’unico grande incipit universale che invidio e adoro. Sì, Simone aveva ragione, provo invidia per gli incipit dei romanzi, di tutte quelle storie, forse solo immaginate, che iniziano così!
In fondo se oggi faccio l’inviato e giro per il mondo è per colpa di quell’incipit, dell’invidia che provavo quando ero piccolo nei confronti di un cane, di un cane speciale che riusciva a farmi immaginare grandi avventure in paesi lontani stando semplicemente seduto sulla sua cuccia. E se oggi mi trovo a raccontare le mie storie a Simone, quando, seduto sulle mie gambe, mi implora di descrivere i posti in cui sono andato e le cose che ho fatto, inconsciamente parto sempre da quelle parole: “Era una notte buia e tempestosa”.
In preda ad un infantile entusiasmo lo svegliai immediatamente e gli dissi che aveva ragione, che il suo papà era invidioso di Snoopy e degli incipit dei suoi romanzi, perché amava quelle poche e geniali parole con cui quel brachetto bianco e nero faceva iniziare le sue avventure.
Simone stropicciandosi gli occhi mi disse: «Ma allora che differenza c’è tra l’invidia e l’amore?».
Otto anni a settembre, il mio Simone non aveva ancora compiuto otto anni. Rimasi ancora una volta a bocca aperta.
L’intuizione di Simone è stato pubblicato nella raccolta antologica Che invidia, quell’incipit!
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Commenti
Commento da Petite Paulette
Inserito: 25 gennaio 2011, 12:27
magnifico il paragone tra l’Invidia e l’Amore. Il mischiarsi di “male” e “bene”. Il sottolineare, senza nemmeno accennarlo, che alle volte si finisce per amare dei modelli, più che dei compagni di viaggio.
Grazie per queste parole.








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