Alessandro Boni: Il rametto di fresia
Il rametto di fresia
(Racconto)
Il vecchio tetto della casa del nonno non era mai stato impeccabile. Soprattutto durante i violenti acquazzoni estivi lasciava piovere dentro e inzuppare quello che c’era nella soffitta. Mi ricordo quando durante un forte temporale tutti i catini per i panni e le pentole di casa non erano bastati a raccogliere l’acqua che gocciolava copiosa dalle tegole di quella soffitta, ricettacolo di polvere, storie e ricordi.
Quel ramo di fresia fiorita in ferro battuto che faceva bella mostra di sè nel salotto buono della nonna, sopra il prezioso maggiolino con le foto del nonno, veniva dalla soffitta. Nella primavera di qualche anno prima il nonno Franco si era deciso a rifare il tetto della casa, di tutta quella bella cascina della Gatta. Nel sottotetto, dentro bauli impolverati e valigie di cartone, tanti ricordi di un tempo passato: foto ingiallite, vestiti, vecchie 500 lire d’argento, quelle con le tre caravelle, e persino una bottiglietta di sali purgativi di Montecatini, ma tra tutti quei cimeli di un tempo che fu quell’opera delicata dove il ferro si faceva docile come la cera per imitare la freschezza della natura, beh, tra tutti, quel rametto di fresia portava con sè nella sua grazia il ricordo di una storia antica e dolce.
Quando nella primavera del 1899 si inaugurava il monumento a Paolo Gorini, in piazza ospitale, tutte le autorità cittadine erano presenti al taglio del nastro e, tra le signore con gli ombrellini e le voluminose sottane abbellite da intricati merletti, sotto il protiro della chiesa di San Francesco c’era anche Francesca, la nonna Cecchina come la chiamava mia madre, che seguiva la cerimonia e guardava meravigliata quei riccioli e quelle volute in cui il ferro si piegava in un morbido abbraccio al basamento della statua dell’esimio ricercatore. È lì che conobbe per la prima volta Alessandro il fabbro, el mè Lisander ferè[1] come amava ricordarlo, sì perché la nonna Cecchina era rimasta colpita da quell’uomo alto, forte, con due baffi folti, come voleva la moda dell’epoca, e dallo sguardo intenso e investigatore, quello sguardo che indagava nell’intimo la natura per trarne insegnamento da trasporre nella sua opera artigiana.
Quell’Alessandro non era un fabbro comune, era Alessandro Mazzucotelli, e questo la nonna Cecchina lo sapeva bene anche se non conosceva ancora chi sarebbe diventato poi, e del resto non lo sospettava nemmeno lui.
La storia volle che il fabbro lodigiano divenne il più raffinato e sensibile interprete italiano della fortunata stagione del Liberty, ma questo non interessava alla nonna Cecchina che era rimasta folgorata da quello sguardo profondo e dalla sua capacità di piegare il ferro al suo ingegno.
Un giorno, anni dopo, passando per Milano la nonna si trovò, sosteneva lei per caso, di fronte alla bottega di Mazzucotelli alla Bicocca e incontrò il fabbro che si era promosso artista; lo volle omaggiare con un esile rametto di fresia fiorito elegantemente intrecciato. Alla gentile offerta Alessandro non rispose con il consueto sorriso di ringraziamento, ma guardò a lungo il dono stretto tra le sue grandi mani e sparì senza dire nulla nella bottega. La nonna Cecchina se ne andò via visibilmente amareggiata e un poco offesa perché, come ripeteva sempre, ‘na sciùra la se tràta mìnga insì[2].
Lo stupore fu grande quando una settimana dopo si sentì bussare alla porta di casa e la nonna si trovò di fronte el so Lisander[3] che, con un ampio sorriso, gli restituiva l’omaggio con un rametto di fresia identico a quello che la nonna Cecchina gli aveva regalato, ma in ferro battuto. Non fosse altro per peso, diceva sempre la nonna con devota ammirazione, era un’imitazione perfetta della natura e, se lo avvicinava al naso, giurava di risentire la delicata fragranza dei fiori.
Oggi la cancellata che cingeva la statua di Paolo Gorini non c’è più, così come la casa del nonno in viale Piacenza che ha lasciato spazio ad una moderna palazzina; di tutta questa storia rimane quel rametto di fresia che impreziosisce la tomba di famiglia, delicato testimone di un passato mai dimenticato.
[1] Il mio fabbro Alessandro.
[2] Non si tratta così una signora.
[3] Il suo Alessandro.
Il rametto di fresia è stato pubblicato nella raccolta antologica Lodi in riga (I)
Tutte le immagini sono Copyright © by DeviantArt.com o degli aventi diritto.








Scrivi un commento